Lettera 44 è una rubrica tenuta da Antonio Errico su “Nuovo Quotidiano di Puglia”
Quello che ancora noi non sappiamo immaginare
Premiamo l’interruttore e si accende la luce della stanza. Apriamo il rubinetto e l’acqua scorre, fredda o calda. Quelli che accendevano le lampade a petrolio, che tiravano l’acqua dalla cisterna, forse, probabilmente, non immaginavano che potesse accadere. Noi siamo nella stessa condizione. Nemmeno noi possiamo immaginare quello che potrà accadere tra dieci, venti, cinquant’anni. Né bisogna credere a quelli che si lanciano in predizioni su cosa inventeremo fra vent’anni, scrive Telmo Pievani nell’ultima pagina di Serendipità, su cosa resta da indagare nelle discipline, su quanto siamo vicini al limite del conoscibile, sulla fine della scienza e della scoperta. Soltanto due generazioni fa, dice, nessuno aveva previsto molte di quelle cose che sono state scoperte negli ultimi cinquant’anni. Allo stesso modo, coloro che verranno “faranno scoperte sconcertanti e spiazzanti che andranno oltre ogni nostra attuale immaginazione”.
L’orizzonte dell’immaginabile si è fatto più lontano; si allontanerà ancora, sempre di più, forse. Per ora riusciamo a immaginare quello che già sappiamo: che arriveremo su Marte, per esempio (A fare ‘he?”: a far che cosa, disse una volta nel suo toscano Margherita Hack); che avremo robot a nostra immagine e somiglianza gironzolanti per casa. Se si tiene conto della rapidità di evoluzione di scienza e tecnologia, molta parte del resto è inimmaginabile davvero.
Però viene da domandarsi se, in fondo, le scoperte e le applicazioni della scienza non siano state sempre precedute da una condizione di inimmaginabilità. Non saprei dire se l’alzarsi in volo del Wright Flyer, progettato e pilotato dai fratelli Orville e Wilbur Wright, i loro contemporanei lo avessero immaginato.Magari sì. Ma certamente non immaginavano gli sviluppi tecnici che avrebbe avuto quel biplano costruito in legno di abete e frassino, rivestito di tela, spinto da un motore a scoppio di 12 cavalli. Era il 17 dicembre 1903. Non si immaginava che qualcuno avrebbe regalato all’umanità la penicillina, che avrebbe scoperto la struttura del DNA, il genoma e la sua mappatura, i pianeti extrasolari. Ci sono scoperte del Novecento che hanno cambiato radicalmente il modo di vivere, di pensare se stessi e l’universo.
Quelli che verranno faranno scoperte sconcertanti e spiazzanti, dice Pievani. Talvolta pare impossibile che si possa inventare ancora qualcosa, che si possa scoprire ancora qualcosa. Ma forse pensavano esattamente così gli ominidi che scoprirono il fuoco, quegli altri che inventarono la ruota. Forse pensavano che oltre non si poteva andare, che il fuoco fosse l’ultima scoperta possibile, che la ruota fosse l’ultima possibile invenzione. Noi vogliamo immaginare e sperare, semplicemente, che le generazioni a venire inventino qualcosa per salvare questo pianeta, per esempio, che facciano l’invenzione strabiliante di portare l’acqua dove l’acqua non c’è, di costruire gli ospedali e le scuole dove non ce ne sono. Insomma, che inventino e che scoprano quello che serve all’umano, un ulteriore progresso, un diffuso benessere. Noi si spera che quelli che verranno abbiano un rispetto enorme per la scienza e anche un poco per la poesia, per esempio per quella frase dell’Amleto di Shakespeare che dice: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 28 giugno 2026
Quella memoria perduta che ci fa sentire più soli
Nei giorni appena passati, sulle tracce della maturità si è detto tanto, forse tutto, si è commentato tanto, forse tutto. Allora in questa rubrica mi soffermerei sulle suggestioni, i richiami, i frammenti di ragionamento provocati dalla proposta di una pagina di Vitaliano Brancati. Una delle più belle pagine sulla memoria che siano state scritte nella letteratura italiana, probabilmente. Tra le più belle perché tra le più vere, le più intime, che mettono in scena il senso essenziale della funzione che hanno i ricordi e la rete di ricordi che costituisce la memoria nella sua sostanziale relazione con il tempo. E’ in questa relazione che la memoria riproduce i suoi significati, li calibra e li conforma al presente e alla contingenza storica e culturale, li carica di riverberi, di sensi ulteriori, assumono una rilevanza consistente nel processo di evoluzione, diventano essi stessi una finalità dell’evoluzione.
Avere memoria significa poter confidare sulla conoscenza che viene dall’esperienza personale o mediata dalla formazione culturale. Significa essere in grado di ricostruire gli accadimenti attraverso la connessione di elementi, saper riconoscere le analogie e le differenze di quello che accade nel tempo, riscontare le relazioni fra le cause e gli effetti. Forse oggi la nostra memoria non è strutturale. E’ una condizione episodica, occasionale, anche casuale. Ricordiamo per caso. Fino ad un certo punto, invece, che si potrebbe anche individuare nei primi anni della seconda metà del Novecento, la memoria è stata un progetto che rappresentava la struttura sulla quale si fondava un altro progetto: quello del futuro. In questo tempo l’idea che abbiamo di futuro ha la stessa esilissima consistenza che ha la memoria. E’ come l’ombra di una figura che galleggia nella lontananza. Indistinta, confusa, vaga. Che non riconosciamo. Che sfugge ai nostri concetti, lasciandoci soltanto la possibilità di una percezione quasi inconsistente. Possiamo soltanto proiettarci fino a domani: non in un tempo più lungo, con una visione più ampia. Non abbiamo la possibilità di pensare un progetto. Ci si dice che si prenderà quello che viene, nel modo in cui viene. Certo, potrebbe anche essere una forma di saggezza, se provenisse da una consapevolezza di come si dipana l’esistenza. Però non è da una consapevolezza che proviene. Attraversiamo un presente che non ha o che ha deboli tensioni di proiezione e di prospettiva. Quasi che ogni promessa di futuro sia diventata difficilmente credibile e praticabile. Quasi che qualcosa di estremamente complesso e non ancora decifrato costringa a vivere rannicchiati mentre il tempo ci scorre addosso e intorno, con la sua solita indifferenza, con una più sfrontata prepotenza. Forse abbiamo più paura e meno aspirazioni. Stiamo sempre più idolatrando il caso. L’orizzonte delle attese si è abbassato fino ad arrivare ai nostri piedi, e si è fatto opaco. In alcuni casi si è sfrangiato e in altri lacerato il senso dell’appartenenza ad una dimensione collettiva che in qualche modo costituiva un riferimento e suscitava una sensazione di protezione.
Non ricordo chi ha detto che l’uomo senza memoria è destinato a morire di freddo.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 21 giugno 2026
Soltanto un pensiero nuovo potrà governare l’intelligenza artificiale
Nel suo saggio sul romanzo storico Alessandro Manzoni scriveva che non sempre quello che viene dopo è progresso. Se quello che viene dopo è progresso oppure il suo contrario, dipende da come si utilizzano gli strumenti del progresso. Se producono benessere e sviluppo per l’umanità intera o anche per un uomo soltanto, che vale esattamente quanto l’umanità intera, si verifica una condizione chiamata progresso; se producono sofferenza è umiliazione per l’umanità intera, o anche per un uomo soltanto, si chiama barbarie. Dalla Storia si possono ricavare esempi d’ogni sorta. Il presente ne fornisce altri ancora. In futuro ce ne saranno anche molti di più, nel bene e nel male. L’intelligenza artificiale è una linea d’ombra, una frontiera che nessuna civiltà ha conosciuto, e il passaggio della frontiera sta avvenendo – o è già avvenuto- con bagagli ricolmi di incognite e di promesse. Per certo darà risultati positivamente straordinari nella scienza, nella medicina, nell’esplorazione e nella conoscenza dell’universo, per esempio, ma si sospetta fondatamente che possa averne anche nella costruzione delle armi, per esempio, nelle teorie e nelle prassi di distruzione. Due voci. Una proviene dalla Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone. Dice che bisogna disarmare l’IA. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.
L’altra voce è quella di Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi, secondo il quale il dibattito sull’intelligenza artificiale non può rinunciare a tenere insieme i fili delle dimensioni etica, politica, tecnologica, annodate con i criteri di regolamentazione. Ha detto chese non avessimo adottatoil codice della strada, la situazione sarebbe disastrosa. Con l’intelligenza artificiale si deve fare lo stesso lavoro di regolamentazione.
Allora, si ritorna al punto da cui si è partiti: dipende dall’uso che se ne farà. E’ storia antica, in fondo. Ai versi 365-367 di “Antigone”, Sofocle dice che l’uomo è scopritore mirabile d’ingegnose risorse che ora al bene e ora al male rivolge.
E’ l’intelligenza umana che deve orientare quella artificiale. Certo, l’affermazione appare scontata. Ma se si nutrono dubbi sulle forme e gli obiettivi d’impiego dell’intelligenza artificiale, forse significa che scontata non è. Significa che se ne può fare un uso buono o cattivo. Per cui l’intelligenza artificiale può essere, utile, utilissima, essenziale, oppure inutile, inutilissima, dannosa. Come ogni tipo di tecnologia. Sono discorsi vecchi, che si possono superare soltanto con un pensiero nuovo elaborato dalle generazioni che sopraggiungono, da menti capaci di sviluppare nuove categorie, di penetrare nei nuovi sistemi simbolici e culturali. Quando si dice pensiero nuovo è inevitabile associare l’espressione ai processi di formazione. Senza una formazione che riformuli i concetti, ridefinisca i significati, stabilisca connessioni che tengano conto delle condizioni etiche e tecnologiche, nei tempi che verranno si dovrà dare tragicamente ragione a chi diceva che non sempre quello che viene dopo è progresso.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 14 giugno 2026
Edgar Morin e le nostre vite con un destino planetario
Quelli che lavoravano nella scuola al finire degli anni Novanta, si ritrovarono tutti (quasi tutti) “La testa ben fatta” di Edgar Morin tra i libri da tenersi sempre in una tasca. Quando uscì in Italia, erano gli ultimi giorni dell’ultimo anno del secolo scorso. Quel titolo, ripreso da una espressione di Montaigne, si trasformò in un’idea di formazione e in uno slogan. Ma era il sottotitolo che portava il carico di un significato sostanziale: “Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”. Vale a dire che la riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento.
Quelli che lavoravano in una scuola, capirono tutti (quasi tutti) quale fosse il senso del sottotitolo. Quelli che nella scuola non lavoravano ma che della scuola decidevano le sorti, non si sa se quel senso lo capirono tutti. Poi, un anno dopo, sempre Cortina pubblicò “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (da tenersi nell’altra tasca), che costituì la base, lo sfondo e il fondo di un libro che scrissi qualche tempo dopo.
Edgar Morin è morto alcuni giorni fa, a 104 anni.
Ha insegnato che per tutto il XX secolo l’uomo si è ritrovato a confrontarsi con la condizione dell’inatteso, dell’evento che innesca conseguenze imprevedibili, che la storia, la conoscenza, la realtà, si sono fondate e sviluppate sulla condizione dell’inatteso, dell’incertezza.
Si è chiesto a quale luogo apparteniamo, a quale terra, qual è l’identità che ci rappresenta, quella con cui l’altro ci riconosce, con cui noi stessi ci riconosciamo, qual è il significato che diamo al nostro abitare un dove, quello che ci spinge verso un altrove, quale vincolo ci tiene insieme, quale disinteresse ci separa. Ha lanciato il pensiero nella pluralità delle culture, nella mescolanza delle storie, nei tratti differenti e comuni dei riti, in tutti gli elementi di natura antropologica che coesistono nei confini di uno spazio, dimostrando la possibilità e l’urgenza di condividere i destini, l’avventura del transito su questa terra.
Dobbiamo imparare a “esserci” sul pianeta, ha detto. Imparare a vivere, convivere, condividere, comunicare, essere in comunione. L’esistenza dell’uomo non può essere che terrestre. Con la Terra è necessario, indispensabile dialogare.
Ha insegnato che l’umanità si ritrova in una comunità di destino e che questa comunità deve lavorare affinché la specie umana si sviluppi in umanità, in coscienza comune e in solidarietà planetaria. Diceva così: “Dal momento che la specie umana continua la sua avventura sotto la minaccia dell’autodistruzione, l’imperativo è divenuto: salvare l’Umanità realizzandola”.
Nel tempo che attraversiamo, si rivela probabilmente indispensabile domandarsi se quell’imperativo si è fatto più urgente; se è diventata più urgente la realizzazione – la costruzione – di un nuovo umanesimo. Perché si può scampare al disastro soltanto riscoprendo il senso profondo dell’essere nel tempo e dell’essere nel mondo. Umanesimo significa essere per l’umano, per l’uomo. Soprattutto per l’uomo che esprime un bisogno ulteriore, che grida più forte, che a volte – forse spesso – grida in un modo terribilmente silenzioso.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 7 giugno 2026
Quando i libri incontrati per caso diventano essenziali
Anche in un tempo in cui pare che si legga poco e quasi niente, a volte si dice che bisogna leggere tutto. Ma la cosa, essendo impossibile, non è vera. Si devono fare delle scelte, inevitabilmente, e le scelte si fanno in base a qualche criterio, oppure senza nessun criterio. A caso. In una pagina del “Sipario ducale” di Paolo Volponi, il personaggio si trova a dover scegliere quali libri portare con sé. Allora si dice che deve scartare quelli inutili, e anche quelli penosi, e anche quelli indulgenti. Certo, non è facile individuare quali sono i libri itili, perché un libro che si considera inutile, un istante dopo si può rivelare essenziale. Per tanti motivi, soggettivi o collettivi. Ma dirsi che un libro è inutile è già un criterio. L’obiezione, ovviamente, è scontata: per dirsi che un libro è inutile, si deve prima leggerlo. Non ci si può fidare del giudizio degli altri. Allora si torna al punto di partenza, alla ricerca di un qualche criterio. In un saggio che si intitola “ La saggezza dei libri”, Harold Bloom, il più celebre e influente critico americano, professore a Yale, scriveva che per scegliere cosa continuare a leggere e insegnare, si atteneva soltanto a tre criteri: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza”. Così, i nodi anziché sciogliersi si stringono più forte. Perché, se per lo splendore estetico e il vigore intellettuale si possono anche definire criteri di una presunta oggettività, per quanto riguarda la saggezza, la faccenda si fa davvero complicata. Un libro può essere saggio ma non sembrare tale, può sembrare tale ma non esserlo affatto. Poi dipende dal tempo storico e dalla temperie culturale, dal significato che ciascuno attribuisce alla saggezza, dalla visione del mondo, della realtà, dell’immaginazione, dall’esperienza, dalla formazione, da tutta una serie di condizioni e condizionamenti e combinazioni.
Non si può leggere tutto. Si deve scegliere, trovare un criterio. Forse il criterio può essere quello del caso. Se il caso regola i destini di ciascuno, probabilmente può regolare la scelta dei libri da leggere.
Si può tirare giù dagli scaffali un libro qualunque, il primo che capita, e cominciare, e continuare se coinvolge, se attrae, oppure richiuderlo, rimetterlo lì dove stava. Ci si può avvicinare a una bancarella di usato, e prendere, anche da lì, il primo che capita, leggere come comincia, come finisce, portarselo a casa se comincia o finisce in un modo che piace, oppure lasciarlo su una panchina del lungomare se come comincia o come finisce non fanno attrazione.
Una volta, a un giovane uomo, accadde, per caso, di incontrare un libro che aveva un titolo strano, forse anche bizzarro. Aprì alle ultime pagine, alla postfazione, si soffermò sulle righe in cui c’era scritto che i libri portatori di cultura portano la cultura come un mulo porta la sua soma. Non si scrivono con intenzione. Appaiono quasi per caso.
Comprò il libro. In cinque tarde sere quasi notti lessi le quattrocentodue pagine. Quel libro preso per caso, diventò un libro essenziale. L’autore è Robert M. Pirsig. Il titolo è “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. Un titolo strano. Un romanzo filosofico straordinario.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 31 maggio 2026
Le guerre sono tutte mostruosamente uguali
Ulisse alla guerra non ci voleva andare, per niente proprio. Glielo aveva detto l’oracolo di non partire per Troia. Gli aveva detto che il viaggio sarebbe stato lungo e che sarebbe ritornato mendicante. Così si finse pazzo, si mise un cappello da contadino a forma di mezzo uovo, e se ne andò ad arare sulla spiaggia, spingendo, appunto come un pazzo, l’aratro già tirato da un asino e da un bue. (Non è Omero che racconta questa storia ma cert’altri autori antichi). Era un furbastro, Ulisse, si sa bene. Aveva quella forma di intelligenza che si chiamava metis: pragmatica, concreta, finalizzata alla soluzione di problemi attraverso l’artificio, l’astuzia, lo stratagemma, la menzogna, l’inganno.
Spingeva l’aratro e arava la sabbia, Ulisse, dunque; e seminava sale. Ma neanche Palamede stava messo male, in quanto a furbizia. Sospettava l’imbroglio. Così gli mise Telemaco in fasce, lì, in mezzo al solco, ma Ulisse lo scansò, con nonchalance, sollevando il vomere dell’aratro e andando oltre. Palamede rifece la stessa cosa, rimise il figlio dentro il solco, ma Ulisse riuscì ancora a non trapassarlo con l’aratro. Allora Palamede capì che non era affatto pazzo, e Ulisse si arruolò. Obtorto collo. A quel punto comincia la sua storia di eroe. Quando è costretto a lasciare Laerte, Anticlea, Penelope, Telemaco, Itaca. Il suo destino di eroe comincia per una guerra che non vuole fare. Per quella guerra e per le sue conseguenze, deforma e trucca la sua identità. Trasforma il suo modo di essere in relazione a quello che richiedono o impongono le situazioni. Non è un guerriero ma deve guerreggiare. Si ritrova a dover fingere, mentire. Impara a sopportare. Si trasforma in Nessuno. Sente le spine della memoria. Qualche volta lo prende la nostalgia. Piange per nostalgia: di quello che è stato. Ulisse piange quando ritrova la sua immagine nella memoria e nel racconto.
Alla corte dei Feaci, un aedo cieco racconta ai convitati della guerra di Troia, di Ulisse, delle sue imprese ardite, mirabolanti.
Ad un certo punto, uno di loro si copre il volto con il mantello e piange. Quel convitato è Ulisse, in incognito.
Ha scritto Hannah Arendt ne “La vita della mente”, che Ulisse non aveva mai pianto prima di quel momento. Non aveva mai pianto quando i fatti che sentiva raccontare erano veramente accaduti. Piange quando il racconto proietta le scene del personaggio che è diventato in una guerra e per una guerra che non voleva fare. Ecco. Nelle guerre ci si trova coinvolti quasi sempre per caso e di malavoglia.
Scriveva Eugenio Scalfari in un libro intitolato “Per l’alto mare aperto”, che Ulisse possiede tutti i requisiti per rappresentare il mito della modernità, l’intelligenza, l’attenzione alle cause e agli effetti che ne derivano, la razionalità dei moderni e le loro passioni, la loro volontà di potenza integrata dalla tolleranza.
Forse la guerra di Troia costituisce la metafora di tutte le guerre.
Forse per comprendere la radice dei tempi che attraversiamo, si deve ritornare a Omero.
Probabilmente i significati profondi sono depositati nei suoi poemi.
Ma poi, in fondo, le guerre si somigliano tutte. Hanno tutte il volto mostruoso dell’assurdità.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 17 maggio 2026
Con la penna o il computer cambia il senso della scrittura
In Francia, le università non vogliono studenti che usano il computer per motivi di studio. In Svezia, dopo anni di digitalizzazione hanno detto: adesso basta; a scuola si usa soltanto carta e penna. Eppure, proprio la Svezia aveva disposto l’uso dei dispositivi digitali finanche negli asili.
Ovviamente si riflette e si discute perché c’è da riflettere e da discutere, possibilmente evitando gli schieramenti contrapposti di apocalittici e integrati.
Per esempio, è quasi inevitabile chiedersi se nei fatti che riguardano la cultura e quindi la formazione, che costituisce la prima e imprescindibile condizione della cultura, si procede per addizione o sottrazione. Probabilmente, invece, il procedimento avviene per integrazione. C’è stato un lungo tempo dell’oralità, poi venne quello della scrittura; prima si scriveva con penna e calamaio, poi arrivò la macchina da (o per) scrivere, poi il computer e le sue versioni sempre più sofisticate.
Probabilmente, gli strumenti con i quali si accede al sapere e lo si elabora, si combinano e interagiscono in relazione ai bisogni, alle finalità, agli obiettivi. Di conseguenza, se è discutibile che a un certo punto si ricolmino le aule di tablet e di strumenti dello stesso genere, è ugualmente discutibile che a un altro certo punto si facciano sparire per un totale ritorno della scrittura a mano totalmente rifiutata qualche anno prima. Ma forse risulterebbe opportuno che si realizzasse una formazione in grado di garantire una competenza di opzione nell’ambito della conoscenza di quelle che sono le potenzialità dei diversi strumenti.
La scrittura appartiene all’uomo: alla sua espressione, alla sua intimità, alla ragione, al sentimento, all’emozione, tanto alla superficie quanto alla profondità del suo essere. La storia è passata attraverso la scrittura perché essa ha assunto la funzione essenziale di testimonianza anche della vita quotidiana, delle piccole storie individuali che tessendosi hanno fatto la grande Storia collettiva.
Che la scrittura si conformi all’ evoluzione e alle trasformazioni della civiltà è un fatto culturale e naturale. Abbiamo scritto sulle pareti delle grotte, sulla pietra, sul legno e sull’argilla, sulla cera, sulla carta di papiro, sulla pergamena; abbiamo scritto con il guano, con lo stilo, con le penne d’oca, con i pennini d’acciaio, con la stilografica. Ora scriviamo sempre di più con una tastiera; quasi esclusivamente, ormai. Bambini, giovani, adulti. Tutti. Non sappiamo dire, non possiamo dire con che cosa si scriverà tra vent’anni, tra dieci. Non sappiamo neanche se si scriverà ancora, o se una nuova oralità (o vocalità) sostituirà la scrittura.
Quello che sappiamo è che il computer ha cambiato radicalmente il rapporto con la scrittura e, prima ancora, con il pensiero della scrittura. Scrivere con il computer non è come scrivere con la Olivetti. Cambiano i tempi di riflessione, di elaborazione del concetto, di maturazione della parola. Cambia anche il ritmo, anche il suono e addirittura il sapore di quella parola. (Quando si pensò al titolo e al simbolo di questa rubrica, si scelse una macchina da scrivere). Non è come scrivere con una penna. Manca il filamento dell’inchiostro, la macchia che si spande, la sbavatura. Ma soprattutto sullo schermo manca l’ombra della mano che segue le parole che scorrono, quasi per riprenderle, per riportarle indietro, dentro il pensiero: quell’ombra che forse è prolungamento di una inconscia gelosia amorosa per le parole che si scrivono.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 10 maggio 2026
Nella profondità della memoria si ritrova il senso delle storie
Una volta, in una conferenza sul “Futuro della memoria” tenuta al Salone del libro di Torino, Umberto Eco ha detto che con il suo eccesso di informazioni “il web rappresenta una cultura che non ha messo niente in latenza e che a volte ci impedisce di capire”. Non solo. Nessuno ci può garantire che i supporti informatici di cui facciamo uso abbiano la stessa capacità e la stessa durata della carta. Noi oggi possiamo ancora leggere libri di secoli; possiamo consultare archivi fotografici che ci restituiscono frammenti di passato e ci consentono di ricostruire un’immagine intera di quel passato attraverso la ricomposizione dei frammenti. Possiamo rovistare nei cassetti e ritrovare appunti su piccoli fogli di block notes ingialliti, con l’inchiostro forse un po’ stinto ma comunque decifrabili, o consultare i giornali di un’epoca e ricostruire una storia attraverso la cronologia, lo sviluppo degli eventi, le vicende dei personaggi. Possiamo anche – ancora – confidare nella memoria di un uomo e nella sua parola che tramanda il sapere. Ma le immagini e i testi depositati in un floppy disk solo qualche anno fa, sono documenti quasi preclusi perché la tecnica ha prodotto macchine di un livello che esclude il livello inferiore.
Ma forse la tecnologia ha nella sua natura proprio questa contraddizione. E’ una formidabile fonte di informazione, una condizione di comunicazione di incredibile rapidità ed efficacia ma non organizza e non sistematizza l’informazione, e mentre consente di comunicare scava fossati di isolamento.
Poi c’è una cosa che nessuna macchina riuscirà mai a fare, un miracolo che soltanto gli uomini hanno potuto e potranno compiere: provare affetto per la memoria. Allora, probabilmente, la questione che si pone è quella della qualità della memoria, che non può essere risolta dalla tecnologia. Il problema della qualità della memoria dobbiamo affrontarlo e risolverlo da soli, forse applicando le stesse condizioni della memoria naturale: dimenticare molto di più di quanto si ricorda. Che, oltretutto, è un modo di salvarsi la vita.
Un uomo ha bisogno di dimenticare. Più dimentica e più i ricordi che gli restano si fanno profondi, diventano essenziali . Sulla profondità e sull’essenzialità dei ricordi si costruisce il senso del presente e l’ipotesi del futuro. Sul magma, invece, non si può costruire: sulla materia informe dei ricordi, sulla confusione del tempo e delle storie, sul disordine della mescolanza, sulla promiscuità, sull’ammasso, sull’intrico senza legamenti, non si costruisce niente.
L’era digitale ha cambiato – manomesso? alterato? – i processi di memoria degli uomini e del mondo.
Basta un leggero movimento delle dita sulla tastiera, basta un quasi impercettibile clic sul mouse, perché le cose lontane ritornino, il passato si ripresenti come un fantasma evocato dal mistero.
La qualità della memoria è un’esperienza di profondità. Uno scandaglio dei fondali su cui si depositano i ricordi in attesa che la mente li recuperi per riattivarne la funzione, il senso, per accendere la loro relazione con le situazioni, le condizioni, le circostanze del tempo presente. Nessuno strumento ha avuto e potrà avere mai questo castigo e questo privilegio. Perché soltanto all’uomo è concesso di darsi il conforto o lo sconforto che il tessuto della memoria stringe nel groviglio delle sue maglie.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 3 maggio 2026
Quando il progresso non è benessere per tutti
A volte l’uomo della strada si fa domande strane. Si guarda intorno, legge i giornali, riflette su quello che accade, e si fa domande strane. Per esempio, si domanda se esiste e in che cosa consiste la relazione tra il concetto di progresso scientifico, tecnologico, economico, e la sua applicazione agli eventi e alle situazioni dell’umanità contemporanea. Si fa domande strane, ingenue, l’uomo della strada. Per esempio, si domanda com’è che il progresso ci ha portati sulla Luna ma non riesce a portare l’acqua dove non ce n’è, a costruire gli ospedali dove ci vogliono, le scuole dove ci vogliono. Com’è che il vento del progresso anziché alimentare il benessere del mondo, alimenta l’incendio delle guerre che bruciano il pianeta. Nel progresso, l’uomo della strada vorrebbe riporre una fiducia incondizionata e smisurata. Non gli riesce di avere dubbi sul fatto che il progresso della scienza, della tecnica, della tecnologia, della medicina, della fisica, consenta una qualità della vita che è davvero imparagonabile anche solo con quella di cinquant’anni fa. E’ convinto che il progresso debba creare uguaglianza, colmare i baratri di differenze, ridurre e magari azzerare le forme di emarginazione, non lasciare indietro nessuno. All’uomo della strada di tanto in tanto cade lo sguardo sulle pagine di qualche libro e ne sottolinea a matita qualche riga. Tempo fa, sottolineò alcuni passi di un saggio di Zygmunt Bauman intitolato Modus vivendi. Dicono che il progresso da promessa di felicità universalmente condivisa si è trasformato in minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua. Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, dice, “in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il ‘progresso’ evoca un’insonnia piena di incubi di ‘essere lasciati indietro’, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta”.
Ma quanto più legge tanto più gli vengono quelle sue domande strane. Per esempio, quando in un libro di Eugenio Scalfari intitolatoL’amore, la sfida, il destino, trova scritto che con il progredire delle tecnologie la mente è stata sempre più accantonata e ad essa è stato riservato un solo compito: la furbizia. “Non la conoscenza, non l’elaborazione dei sentimenti e non la sapienza e la saggezza. Niente di tutto questo, ma unicamente la furbizia, inventando i modi per ingannare il prossimo e garantirsi un vantaggio”. Allora si chiede di quale progresso parliamo: di quello che riguarda le funzioni degli strumenti, delle macchine, degli elettrodomestici? Di quello che ogni giorno tira fuori un computer più sofisticato, un telefono con innumerevoli inutili funzioni, un’auto più accessoriata? Di quello che riguarda la perfezione delle armi, le bombe intelligenti, i missili supersonici? Si chiede se dovremmo esaltarci per questo progresso.
Si fa domande strane, a volte, l’uomo della strada, e non gli viene mai una risposta. Però di tanto in tanto gli ritorna in mente quell’epigramma di Andrea Zanzotto che dice così: “In questo progresso scorsoio/non so se vengo ingoiato/ o se ingoio”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 26 aprile 2026
La vera cultura è quella che coincide con l’esistenza
Se si chiedesse a dieci persone il significato del termine cultura, con molta probabilità, o certamente, si avrebbero dieci definizioni diverse. La stessa cosa accadrebbe se lo si chiedesse a cento, a mille, a tutti. Perché ciascuno ha una propria idea di cultura derivante da una serie di fattori e circostanze, dalla formazione, dalle esperienze, dai contesti, e quella idea conforma le altre relative alla società, all’economia, all’ecologia, alla filosofia, alla scienza, allo sviluppo, all’arte, al progresso. Dall’ idea di cultura dipende, semplicemente, l’idea di esistenza. Da quella dipende la disponibilità al confronto, al dialogo, alla prossimità. Ancora: le ragioni di guerra e di pace sono un’espressione di quell’idea. Ancora: la capacità di dire credevo di avere ragione e invece ho torto, di accogliere i punti di vista e le prospettive dell’altro, di integrarli e farli interagire con i propri, di ripensare le convinzioni, di rielaborare il senso che si attribuisce ai fatti e alle cose, sono competenze che derivano dall’idea di cultura. Ma per l’acquisizione e l’applicazione di competenze di un tale spessore, c’è bisogno di una cultura profonda. Profondità, si sa, è il contrario di superficie. La cultura superficiale è quella che si fonda su nozioni provvisorie e improvvisate, che stabilisce relazioni esclusivamente con l’effimero, il fugace, il transitorio, con l’apparenza, l’immediatezza, la contingenza, la funzionalità, il pragmatismo, che non ha cognizioni per stabilire collegamenti, rintracciare connessioni, annodarsi alla rete di riferimenti. Adora il vitello d’oro dell’immagine, della forma. E’ presuntuosa. E’ arrogante.
La cultura superficiale ignora la Storia. Non sa da dove vengono le storie che accadono nella contemporaneità, quali siano le cause che le hanno determinate, quali effetti producono o possono produrre. In quanto superficiale, si consuma in breve tempo, si sdrucisce mentre se ne fa uso, poi viene destinata al macero dell’inutilizzabile e sostituita da un’altra della stessa fattura, destinata a seguire lo stesso percorso. La cultura superficiale non è inutile. E’ dannosa. Per riparare i danni, occorre una cultura profonda. Quella che ha strutture solide, coerenti, coese, che ha gli strumenti per rielaborarsi, rimodularsi, riconfigurarsi continuamente, che sa rendersi dialogante con il tempo e la temperie sociale, con i mutamenti, gli squilibri, le intemperie che si abbattono suoi luoghi vicini o su quelli lontani: che falsamente si considerano lontani, se si tiene conto che mai quanto nel tempo che attraversiamo risulta indiscutibilmente vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. La cultura profonda conosce la Storia. Di conseguenza, sa valutare e distinguere le strade giuste da quelle sbagliate, sa confrontarsi con culture diverse, elaborare positive visioni del mondo, progetti di progresso, benessere, sviluppo. Per tutti. Per ciascuno. Allora bisogna scegliere qual è la cultura che si vuole per questo secolo, per questo millennio. Se quella che pesta i piedi nelle pozzanghere dell’inconsistenza o quella che disegna con ragione e sentimento paesaggi di futuro.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 19 aprile 2026
Soltanto la scuola potrà salvare la lingua italiana
In principio fu così. Probabilmente ritornerà ad essere così: un dialetto. Probabilmente alla lingua italiana spetterà il destino di costringersi in un uso informale oppure in una lingua della letteratura. Come è già accaduto nel Novecento, in fondo, in quel secolo che nelle lingue dialettali ha prodotto opere meravigliose, tra cui quel poema in genovese antico che è “Creuza de ma” cantato da Fabrizio De Andrè. Andrà così, probabilmente, dunque. Lo ha detto Paolo D’Achille, presidente della Crusca, professore all’Università di Roma Tre, storico della lingua italiana. L’italiano sostituirà definitivamente i dialetti, perché diventerà esso stesso dialetto; si userà a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato. Qualche anno fa, da un libro di Gian Luigi Beccarla intitolato “Tra le pieghe delle parole”, ho imparato che scompare una lingua ogni due settimane. Da tempo l’Europa che fu “melograno di lingue”, come dice Andrea Zanzotto, assiste all’agonia delle parlate regionali, macinate dall’abbandono della terra d’origine, dall’attrazione esercitata dalle città, dai fenomeni sempre più incombenti, più stringenti, di globalizzazione. Insieme alla lingue scompaiono universi di storie, di memorie, forme di pensiero, manifestazioni della realtà e dell’immaginario; cambia la percezione che si ha di sé e dell’altro, la sostanza e l’espressione dell’identità individuale e collettiva, le differenze che connotano la fisionomia di una comunità, di un popolo. Si perdono riferimenti antropologici e storici. Leggo nelle “Voci del silenzio”, un saggio di Daniel Nettle e Suzanne Romaine, che una lingua non è un’entità che si mantiene da sola, ma che esiste solo dove esiste una comunità che la parla e la trasmette. Una comunità di persone può esistere solo in un ambiente che le permette di vivere e nel quale è possibile reperire i mezzi per la sopravvivenza. Laddove le comunità non possono prosperare, la loro lingua è in pericolo, e quando perdono i loro parlanti, le lingue muoiono. “Dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, dice D’Achille. Allora mi viene da pensare che si può fare qualcosa soltanto in quei luoghi che si chiamano scuole. Perché sono quelli i luoghi in cui le generazioni che arrivano possono trovare contesti strutturati che consentono la costante rigenerazione della cultura e quindi della lingua. Il multilinguismo, probabilmente è l’unica condizione che consente il movimento nella complessità delle culture di questi tempi e di quelli che verranno. Se molteplici sono le esistenze che abitano i luoghi, molteplici sono le lingue che li attraversano e le necessità di comunicazione e di comprensione. I luoghi e le lingue vivono, dunque, in una reciprocità di esperienze. Al pari di una città, diceva Ludwig Wittgenstein, una lingua è un organismo vivente, che cresce rispondendo all’esigenza di nuovi significati, di una cultura che si amplia, di esperienze pratiche o scientifiche che si moltiplicano. Insegnare questo significa insegnare a reinventare una lingua, ogni giorno, accendendo ogni parola con le proprie ragioni, le proprie emozioni.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 12 aprile 2026
Le partite del paese si vincono mettendoci il cuore
La città si rintana in un silenzio stupefatto, impenetrabile, ostinato, che dilaga per le strade, le piazze, le corti, sale fino ai balconi, s’attacca alle facciate dei palazzi, ai frontoni delle chiese. E’ il silenzio assoluto che si genera nell’aria soltanto quando la Nazionale perde una partita.
Qualsiasi altro silenzio è una diversa cosa. Il silenzio di quando l’Italia perde una partita è una sospensione del tempo: è come se tutto fosse già accaduto, come se nulla possa più accadere.
Non m’intendo di calcio. Per dare un’idea della competenza, dirò che sono rimasto a quel manipolo di eroi omerici che rispondevano ai nomi di Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola (o Rivera), Boninsegna, De Sisti, Riva. Per amor di patria vedo solo le partite della Nazionale. L’altra sera ho visto quella con la Bosnia. E’ andata com’è andata.
Non mi riguarda se sono stati fatti errori, se ci sono state tattiche sbagliate, se fosse inadeguata la formazione. Mi è piaciuto Gattuso che masticava tristezza amara.
Forse si poteva vincere. Ma si è perso. Succede.
Una volta si vince; una volta (o tre) si perde. E’ così che va la vita e quindi anche il gioco del pallone. Lo ha già detto Osvaldo Soriano: sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni. Ai Mondiali non si va, neanche stavolta. Non è bello, d’accordo. Anzi è deprimente. Ma non è la fine del mondo; nemmeno dell’Italia; nemmeno del calcio in Italia. E’ fatta anche di questo la storia del pallone. Bisogna farsene una ragione. Tiferemo per qualcun altro. Siamo tutti abitanti nello stesso condominio del pianeta, alla fine dei conti.
Ci sono partite che si possono anche perdere. Ce ne sono altre che bisogna vincere per forza, perché non sono un gioco, perché coinvolgono il destino di tutti e di ciascuno. Le partite che gioca un Paese tutt’intero non si possono perdere, mai. Questo Paese di partite ne ha vinte. Ha vinto quelle che ha giocato con il cuore.
Ci sono partite nelle quali non servono le tattiche, gli schemi. Non servono nemmeno i campioni. In certe partite si deve giocare con il cuore. Certe partite sono l’opera d’arte di un Rinascimento.
Si giocava a pallone, una volta, per la strada. C’erano quelli che giocavano con le scarpe e quegli altri che, invece, no. Le scarpe che avevano se le toglievano per risparmiarle, e giocavano scalzi. Erano i più bravi. Avevano più grinta, più voglia di segnare. Non dovevano solo vincere; dovevano rivincere, per conto di quelli che erano venuti prima, di quelli che sarebbero venuti dopo.
Anche adesso ci sono quelli che giocano senza scarpe. I giovani disoccupati giocano senza scarpe, per esempio; e non si pensi, e non si dica che si vestono firmati, perché non c’entra niente.
I pensionati da quattro soldi al mese giocano senza scarpe, per esempio; e non si pensi e non si dica che tanto ci sono abituati.
I precari giocano senza scarpe.
I giovani, i pensionati, i precari, devono scendere in campo e giocare la partita, e vincerla. Anche le donne devono giocare perché quella che gioca l’Italia è una partita di tutti, per tutti.
Poi ci sono quelli che le scarpe ce l’hanno ma non possono permettersi di stare a guardare. In campo, dunque, anche loro. Perché non si vince mai da soli, non si vince nemmeno in undici. Si vince in 58,95 milioni. Oppure non vince nessuno.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 5 aprile 2026
Come turisti senza memoria nei territori della cultura
Quando si comincia un cammino sconosciuto, occorre che si ripensi a quello già fatto, riflettere sui passi, richiamare alla mente l’accaduto. Probabilmente è una condizione che riguarda ogni espressione dell’esistenza, quindi anche la cultura, il sapere. Perché non ci può essere scienza senza conoscenza del passato, né linguaggio nuovo che non provenga da uno antico, non ci può essere progresso senza la memoria tanto del progresso che è stato prima quanto del suo contrario, in modo da ripetere quello che è stato giusto e da evitare quel che è stato sbagliato. Ogni edificio, che sia sbalordimento di cattedrale o miseria di tugurio, si costruisce sulle fondamenta. Certo, sembra superfluo dirlo, ma a volte accade che si dimentichi. A volte accade che si pensi che abbiamo inventato tutto noi: che siamo stati noi, appena ieri, i primi a sognare di camminare su due gambe e poi a realizzare quel sogno straordinario, quelli che hanno inventato la ruota, scoperto il fuoco, innalzato piramidi, architettato castelli, quelli che hanno inventato i numeri, i segni delle scritture, le note, il cannocchiale, che hanno impastato medicamenti. A volte si pensa che tutto sia cominciato con noi, che soltanto noi possiamo rivelare verità, che tutto quello che è venuto prima sia stato assolutamente vano e tutti coloro che sono venuti prima siano vissuti assolutamente invano.
Allora, come dice la voce di Edith Conant nell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, la memoria, le memorie, se ne stanno sole, perché nessun occhio le vede; sole, timorose, con gli occhi chiusi nell’infinita tristezza di piangere.
Si ha l’impressione, a volte, che siano tanti – troppi- i contesti in cui si procede, più o meno intenzionalmente, ad una rimozione della memoria, o alla sua relegazione in spazi angusti, limitati, improduttivi. Come se si volesse – se proprio ci dev’essere- una memoria muta, spenta. Ma la rimozione o la relegazione della memoria non hanno una consapevole motivazione soggettiva o collettiva, non rispondono a nessun criterio, non sono determinate da nessuna scelta. Accadono per superficialità. Semplicemente per superficialità. Il nostro movimento nei territori della cultura non è quello dell’esploratore. E’quello del turista che vagola senza direzione e non si chiede nulla, non ha curiosità davanti a una facciata barocca, ma si sofferma giusto il tempo per fotografare e condividere con gli amici virtuali. Siamo attratti dall’estemporaneo, da quello che si consuma rapidamente e definitivamente, dal provvisorio, dai cocci luccicanti, dal canto delle nuove sirene, che ci incanta, anche se non sappiamo che cosa dice. Opponiamo rifiuto nei confronti delle cose e delle storie profonde e quindi della memoria, che è profondità. Così il nostro sapere è superficiale. Con un clic si chiede all’oracolo artificiale il significato delle cose, e l’oracolo risponde nel tempo di un istante. Con un altro clic l’oracolo scompare e con esso i significati che ha riferito, nel tempo di un istante. Si procede così: per clic. I libri che custodiscono memoria sono diventati suppellettili in disuso. Eppure per secoli e secoli sono stati i testimoni delle civiltà. Allora bisogna scegliere se si intende o no salvare la memoria di questa civiltà. Se si intende, non si può fare a meno di riprendere i libri. Un’alternativa non si intravede. Almeno per il momento.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 30 marzo 2026
Quando la conoscenza indica le strade da prendere nella vita
Ci sono tempi in cui le conoscenze che si hanno sono, o sembrano, sufficienti, adeguate, coerenti. Danno certezze, consapevolezze, risultano funzionali alle esperienze dell’esistenza, del lavoro. Poi ne sopraggiungono altri in cui le certezze mostrano crepe più o meno profonde, le consapevolezze si fanno pressoché inconsistenti, le conoscenze diventano insufficienti, inadeguate, incoerenti rispetto a quei tempi sopraggiunti. All’improvviso quello che si sapeva e che serviva per le cose di ogni giorno, per il lavoro di ogni giorno, non serve più. All’improvviso diventa obsoleto, come si dice: vecchio, deteriorato, inutilizzabile. Tutto quello che si fa richiede conoscenze nuove, ulteriori e diverse competenze. Quello che si è imparato fino a quel momento precipita nella cantina delle cose in disuso. Allora si avverte una sensazione sconfortante di disorientamento, come quando ad un incrocio non si sa in quale direzione andare ma si sa perfettamente che l’unica verso cui non si può andare è quella dalla quale si proviene. Tutte le volte che vengono tempi che provocano smottamenti e crolli di conoscenze e certezze, si pensa a sconvolgimenti mai accaduti prima. Ma non è vero. E’ andata sempre in questo modo. Il tempo passa per cambiare tutto intorno a noi e forse anche tutto dentro di noi, lasciandoci soltanto il desiderio che almeno l’essenziale resti come vogliamo. La storia si ripete: quasi sempre. Per esempio: il tempo che attraversiamo richiede, anzi pretende una ridefinizione complessiva di molti significati che il Novecento aveva considerato definitivi, una diversa prospettiva di confronto con le coordinate, le rappresentazioni, le metafore della Storia, con la cultura, la formazione, con le trasformazioni che accadono rapidamente, vertiginosamente, con le scoperte della scienza, con gli strumenti della tecnica e della tecnologia, con le espressioni dell’arte e i concetti della filosofia. Allora ci si accorge che aveva ragione Eugenio Montale quando in “Auto da fé” scriveva che la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso. Significa che occorre rendersi disponibili a dimenticare e a ricominciare ad imparare tutto di nuovo. Con la stessa meraviglia e la stessa passione di quando si è imparato per la prima volta.
Ma in fondo: la cultura è la conseguenza di una costante, ininterrotta ricerca, un logico e istintivo superamento della soglia delle proprie conoscenze, un’attrazione verso ulteriori esperienze del pensiero che comportano la riformulazione di concetti, la rimodulazione di prassi, la calibratura di metodi.
Poi, si sa, quando si fanno nuove esperienze di pensiero, si fanno nuove esperienze di esistere, di essere. Conoscenze nuove portano anche nuovi sentimenti. Giorno dopo giorno si diventa diversi. Si cambiano le modalità di mettersi in relazione con gli altri, con se stessi. Con il passato e con il futuro. Le nuove conoscenze cambiano tanto la relazione con la memoria quanto l’immaginazione dell’avvenire. Perché non si dimentica mai davvero tutto: nella profondità rimangono nuclei essenziali di senso che si riproducono, reminiscenze sfilacciate che vengono assorbite da quello che si è appena conosciuto, esperienze dal significato esistenziale essenziale che segnano le direzioni verso cui andare quando ci si ritrova a quell’incrocio che disorienta.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 22 marzo 2026
Quell’uso senza motivo di parole forestiere
A volte anche le parole possono diventare insidiose, assedianti. Per esempio: spoilerare. Da qualche tempo si avverte l’impressione che tutti vogliano o debbano spoilerare qualcosa, in tv, tra gli amici, sul lavoro: una notizia, la trama di un film, il finale di un romanzo. Come tutti sanno, spoilerare è un neologismo di derivazione inglese che in italiano vale svelare, rivelare. Il suono di svelare, rivelare, è più armonico di spoilerare, il tempo che occorre per pronunciare la parola è pressoché uguale, per cui non si riesce a rintracciare una logica ragione di natura linguistica, sociale, sociolinguistica, lessicale, culturale per la quale non si debba usare il verbo in italiano. Non c’è nulla di nuovo, sia chiaro. Ormai siamo abituati (o rassegnati) da decenni al galleggiamento nei nostri discorsi di parole forestiere, che in qualche caso hanno senso e funzione mentre in altri non hanno alcuna ragione. In qualche caso hanno un peso da niente mentre in altri pesano tanto. Spread e spending rewies, tanto per dire, pesano tanto. Ma proprio tanto.
Oltre ad essere una lingua planetaria, l’inglese è anche affascinante. Conoscerla significa poter leggere in originale per esempio “La ballata del vecchio marinaio” di Coleridge, oppure “L’antologia di Spoon River” di Edgard Lee Masterso i meravigliosi“Quattro quartetti” di Eliot. Ma la tormenta di anglismi qualche volta non si sopporta.
Non si tratta di purismo. Figuriamoci. Si è perfettamente d’accordo con un tale di nome Johann Wolfgang von Goethe secondo il quale chi non conosce le lingue straniere non sa nulla della propria. Magari quando si usano certi termini che hanno un equivalente italiano, talvolta anche con un risuonare più bello, capita che si avverta un certo odore di provincialismo. Ma niente di più. Si sa bene che una lingua cambia nel tempo e nello spazio, che diviene in relazione alle mutazioni sociali, ai bisogni e agli obiettivi del comunicare. Si sa che una lingua evolve attraverso processi di integrazione, contaminazione, acquisizione di forestierismi, neologismi. La rigenerazione di una lingua avviene in questo modo, con il variare delle sue forme, con l’assorbimento nei suoi tessuti di tecnicismi, gerghi, parole delle generazioni che arrivano, termini ed espressioni derivanti da specifici settori. Una lingua è parte del tempo, appartiene al tempo. Come le creature che la parlano e la rappresentano con la forma di un documento, di filosofia, di poesia, di narrazione, di proverbio, di canto, di preghiera, nel parlare di ogni giorno.
Però: quando si sente dire vision invece di visione, quando si sente dire mission invece di missione, e quando si sente dire skill invece di capacità, abilità, e si sente finanche skillato invece di esperto, competente, la folata di provincialismo sinceramente gela il cuore.
“Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?” “Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?” “Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis, …” cominciava (omissis), contando sulla punta delle dita. “Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?” ( Mio l’omissis).
Non c’è alcun bisogno di spoilerare di quale capolavoro si tratti, perché lo sanno tutti. Certe volte viene da pensare che sia cambiata la lingua ma che in sostanza tutto il resto sia rimasto uguale.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 15 marzo 2026
Il lavoro possibile e quello del sogno alla fine della scuola
A meno di quattro mesi dall’esame che conclude la scuola superiore, il 51,3% dei frequentanti l’ultimo anno ha dichiarato di non sapere quale professione vorrebbe svolgere in futuro. Così riferisce il rapporto 2026 sul Profilo dei Diplomati 2025, realizzato da AlmaDiploma e AlmaLaurea.
Se qualcuno pensa che questa incertezza costituisca l’esito di una superficialità nei confronti del futuro, significa semplicemente che sono decenni che non parla con uno di vent’anni. Oppure significa che non ci ha mai parlato. Che non ha mai incontrato la sua serietà, la profondità del suo pensiero. La sua maturità. Questa incertezza costituisce la dimostrazione che aveva perfettamente ragione Zigmunt Bauman quando nel saggio intitolato “La società dell’incertezza”, pubblicato sul finire del secolo scorso, diceva chela versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”. In ogni contesto e in tutti i sensi.
Elaborare una idea concreta di futuro professionale, adesso è indubbiamente più difficile rispetto a quarant’anni fa, a trenta. Non si sa quali saranno effettivamente le richieste del mercato del lavoro nei prossimi tempi. Certo, alcuni ritengono che certi settori richiederanno maggiori risorse, maggiori investimenti, ma l’orientamento di massa verso questi settori potrà determinare l’intasamento. Ci sono quelli che prevedono stravolgimenti, altri che prevedono assestamenti, nuovi equilibri. Altri sostengono che l’AI metterà tutto a soqquadro. Ma da qualche tempo a questa parte le previsioni molto spesso si sono rivelate completamente sbagliate. Per cui risulta fondamentale, indispensabile, diffidare degli indovini: di quelli che sanno già come andranno i fatti, che cosa accadrà. Troppe volte i loro vaticini si sono rivelati soltanto sterili esercizi d’accademia. Conviene molto di più ricordare quello che diceva Derek Bok, che per più di vent’anni è stato presidente dell’università di Harvard. Diceva così: cari ragazzi, non chiedeteci quali saranno le professioni del futuro, perché non lo sappiamo. Chiedeteci cultura, cultura, cultura. E a chi vi dice che la cultura costa molto, ditegli di provare quanto costa l’ignoranza.
Allora, forse non si dovrebbe ragionare considerando che cosa sia più conveniente ma che cosa sia confacente,aderente al proprio modo si essere, di pensare. Al proprio progetto di vita.
Sarebbe probabilmente un errore ritenere che fare questo o quel lavoro sia indifferente. Quando si lavora veramente lo si fa coinvolgendo ogni componente di sè.
Perché il lavoro è una delle cose più importanti della vita. Non si può fare una cosa pensando ogni giorno che se ne vorrebbe fare un’altra. Bisogna sentirsi attratto dal lavoro ogni mattina. Non provare invidia per il lavoro degli altri, di nessun altro, e poter pensare, dopo quarant’anni, che si è fatto quello che si sognava di fare da ragazzino. Anche se si è guadagnato di meno. Perché, poi, i sogni ad occhi aperti sono avventure del pensiero: che non hanno prezzo. Non si può – non si deve – rinunciare; soprattutto non si può, non si deve, a vent’anni. Poi verranno altre età che costringeranno a rinunciare ai sogni. Ma questa è tutta un’altra storia.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 8 marzo 2026
È con l’incontro tra pensieri diversi che sviluppano le civiltà
Nel tempo che va dagli anni Settanta ad oggi, è nato un nuovo essere umano, ha scritto Michel Serres, il filosofo ed epistemologo francese, autore -fra l’altro – di quel saggio affascinante intitolato “Il mantello di Arlecchino”. Ora, il nuovo essere umano rassomiglia straordinariamente al vecchio essere umano: ha due occhi, due braccia, due gambe, ha anche le stesse emozioni, a volte gli stessi stupori, le stesse illusioni e le stelle delusioni, fa l’amore come il vecchio essere umano, piange e ride esattamente come quello. Ha soltanto una cosa di diverso. Questa cosa è il pensiero. Siccome ha un pensiero diverso, allora ragiona a suo modo e non nel modo in cui ragiona il vecchio essere umano, ha un modo suo di stabilire rapporti con il vicino e con il lontano; anzi, ha proprio un concetto diverso di vicino e di lontano; anzi, non sa che cosa sia il lontano perché usa strumenti che aboliscono la lontananza, e portano nella sua stanza volti e voci che si trovano a miglia e miglia di distanza. Di conseguenza ha una diversa percezione e concezione dello spazio e del tempo che ci vuole per percorrere quello spazio. Presenza ed assenza sono dimensioni virtuali, come passato e presente, giacchè il futuro è virtuale per tutti. Con il suo pensiero diverso, attraversa i territori della conoscenza. Decodifica, comprende, interpreta i messaggi in una maniera completamente diversa da quella con cui procede il vecchio essere umano. Rapidamente, simultaneamente, saltando le categorie del prima, durante, dopo. Usa linguaggi nuovi con una naturalezza che gli consente di governarli e di adattarli alle sue intenzioni, ai suoi progetti. Il nuovo essere umano è disponibile ad apprendere tutto. Senza esclusioni. Si accosta senza nessuna difficoltà all’universo dell’informazione, alla sua maniera: cioè con il suo pensiero diverso. Gli si può insegnare tutto, compresi quegli argomenti che vengono definiti antichi e che sarebbe più corretto definire perenni. Gli si può insegnare tutto e lui apprende tutto, ma ad una condizione: che gli si insegni nel modo giusto, che significa con metodo adeguato, coerente con il suo pensiero diverso. Quando non è così si annoia, si distrae, perde il nesso, non trova il senso, considera superfluo l’argomento, superato il suo significato. Un metodo coerente, dunque, che siccome si confronta con un pensiero diverso deve aprire varchi tra i campi disciplinari, sfrondarsi dei linguaggi risecchiti, innestare sul suo tessuto altri linguaggi per poter dire il nuovo o l’antico in modo rinnovato. Il nuovo essere umano chiede un metodo dialogante, che consenta di aprirsi la strada verso esperienze di conoscenza profonde, verso un sapere che aderisce all’esistenza.
Soltanto con un metodo di questa natura il nuovo essere umano è disponibile ad apprendere tutto. Soltanto con un metodo di questa natura gli si può insegnare tutto. Anche le cose antiche (le perenni). Escluse le cose vecchie: quelle che vengono ripetute immutate, stancamente, acriticamente, superficialmente, senza entusiasmo, senza passione, quelle che hanno significati rugginosi, che non accendono curiosità, non richiedono e non trasmettono sensibilità, non emozionano. Che rifiutano l’incontro con il pensiero diverso. E’ con l’incontro tra pensieri che sviluppano le civiltà.
Il nuovo essere umano, in quanto nuovo, le cose vecchie proprio non le sopporta.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 1 marzo 2026
La scomparsa dell’analfabetismo e la necessità di nuove competenze
Quando nel 1861 si fece il primo censimento della popolazione dell’Italia Unita, il 78% risultò analfabeta. Ma sarebbe un errore pensare che la percentuale restante fosse realmente in grado di leggere e scrivere. Soltanto a partire dal 1951 i censimenti italiani hanno distinto i semianalfabeti e gli analfabeti. Così riferiva, nel 1963, Tullio De Mauro nella sua preziosissima “Storia linguistica dell’Italia unita”. Cent’anni fa, un quarto della popolazione di almeno sei anni non sapeva leggeree scriveree il 13,5% di chi si sposava non poteva sottoscrivere l’atto di matrimonio perché analfabeta. Oggi gli analfabeti sono meno dello 0,5%. Ci sono voluti 160 anni per questa trasformazione che l’Istat analizza nel report “Il lungo cammino dell’istruzione”, pubblicato qualche giorno fa. La scuola ha fatto miracoli, dunque. Un po’ anche la televisione, ma la scuola soprattutto, perché lo ha fatto in maniera intenzionale, costante, con metodi calibrati, con attenzione nei confronti di tutti. Lo ha fatto per un suo compito istituzionale, certo, ma ci ha messo anche la passione. Sono stati i buoni maestri a fare grande questo Paese, insegnando a leggere, a scrivere, a far di conto, soltanto con un gesso e una lavagna, ai figli dei contadini, degli operai, degli emigranti. Adesso, però, si deve ricominciare. Questa civiltà richiede – pretende- una alfabetizzazione che consenta l’impiego consapevole e critico dei linguaggi che cambiano e di quelli che sopraggiungono. Richiede – pretende – conoscenze, abilità, competenze che possono essere acquisite soltanto adottando quelle forme di linguaggio che con esse risultano coerenti. D’altra parte: il sapere si trasforma e di conseguenza si trasformano i modi con cui le trasformazioni si assimilano e si esprimono. Si potrebbe pensare al digitale, che ha elaborato un complesso universo. Ecco. Quell’universo ha bisogno, anche per le faccende quotidiane, di saper decodificare, comprendere, interpretare i messaggi di cui risulta ricolmo, traboccante. Non solo. Ha bisogno di competenze che permettano di distinguere tra quelli veri e quelli falsi, gli inutili e gli essenziali, i profondi e i superficiali. Si potrebbe anche dire che la scuola non deve insegnare come si usano i mezzi con cui si esplora l’universo digitale. Probabilmente deve insegnare come, perché, quando non si usano. Come, perché e quando si deve diffidare dei cocci di bottiglia luccicanti. In fondo, non è altro che un modo di insegnare un nuovo saper leggere, scrivere, far di conto. Soltanto la scuola lo può fare. Semplicemente per il fatto che solo la scuola è in grado di formare un nuovo pensiero. Se è riuscita ad azzerare il livello di analfabetismo, è stato perché ha saputo configurare un pensiero nuovo. L’alfabetizzazione non è soltanto una condizione strumentale. E’ una dimensione del pensiero. La scuola ha cambiato la mentalità. Ora, su quella acquisita, deve costruirne un’altra. Ma oltre ad essere una dimensione del pensiero, la conoscenza degli alfabeti della cultura ha una relazione strutturale con l’esperienza di esistere. Solo la scuola può insegnare come si fa ad annodare la conoscenza con l’esperienza di esistere. Questo ha fatto per più di un secolo e mezzo. Questo continua a fare tutti i giorni. Anche in quei giorni in cui non ce ne accorgiamo.
“ Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 22 febbraio 2026
Tra innovazione e tradizione, la Puglia inventata dai poeti
Ci sono poeti verso i quali si prova, o verso i quali si dovrebbe provare, un sentimento di riconoscenza: perché sono riusciti a rivelare il senso intimo, profondo, essenziale, di questo Sud, della Puglia, del Salento. Lo hanno fatto negli anni del Novecento, dai quali tutti si proviene, compresi coloro che sono nati in questo secolo nuovo, in questo nuovo millennio. Nell’aria che respiriamo c’è ancora il polline e l’odore del Novecento, e sarà così, sarà tanto Novecento, per molto tempo ancora, probabilmente. Sul limite di quel secolo si fermano queste righe.
Allora, ci sono poeti che hanno rintracciato il nucleo, il lievito culturale, e quindi esistenziale, di questa terra. Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Girolamo Comi, Vittore Fiore, Salvatore Toma, Antonio Verri, Bruno Epifani, Ercole Ugo D’Andrea, Giovanni Bernardini, Donato Moro, Nicola G. De Donno, Claudia Ruggeri, Stefano Coppola, Cosimo Russo. (Forse si dimentica qualcuno. Ma non si vorrebbe dimenticare nessuno.)
Se sappiamo qualcosa di questa terra, lo dobbiamo, in gran parte, anche alla poesia che hanno fatto, interpretando i segni provenienti dalla profondità del passato e lanciando quei segni e quelle interpretazioni verso il tempo che sarebbe venuto, come pietre di fionda.
Con l’interpretazione dei segni hanno elaborato nuove visioni del Sud, integrando gli elementi persistenti, radicati, ineludibili, con le mutazioni che soprattutto negli ultimi due decenni del Novecento sono diventate vertiginose. Loro si sono collocati in una terra di mezzo, tra la consapevolezza dell’antico, del rito, del mito e la vertigine del nuovo che veniva avanti a falcate, avvertendo il richiamo del passato e la seduzione di un’altra conoscenza, una diversa forma di espressione.
Hanno teso il linguaggio fino allo spasimo, disarticolando le forme del versificare, strizzando il lessico come uno straccio con cui lavare la superficie del Sud manierato. Così, con una forma nuova, anche l’antico assumeva nuova sostanza, si caricava di significati ulteriori. Il Salento che noi pensiamo, l’idea che abbiamo di questo luogo, proviene dalle immagini e dalla fantasmagoria che quei poeti hanno costruito parola su parola, verso dopo verso, trasformando la dimensione della realtà in una finzione nei cui confronti proviamo un’attrazione affettuosa.
Ma la condizione che forse più di ogni altra ha avuto rilevanza assoluta, è stata una nuova coscienza della poesia, della sua funzione, delle sue prospettive. Per esempio, si pensò che la solitudine non dovesse essere più il regno del poeta. Si pensò che la poesia dovesse essere condivisione, incontro, confronto, comunione, comunità, mettere insieme.
Allora furono pensate le riviste. Si inventarono le letture in pubblico. Non erano nuovi salotti ma laboratori, officine che riuscirono finanche a pensare un Quotidiano dei poeti. In quelle officine si batteva il ferro incandescente del nuovo appoggiandolo su massicce incudini antiche.
Forse, a questo punto, non si può più evitare di dire che la Puglia, il Salento, non sarebbero quello che sono, nel modo in cui sono, se non ci fossero stati quei poeti. Non sarebbero come sono nella realtà culturale e nell’immaginario soggettivo e collettivo. Quei poeti hanno inventato paesaggi, figure di creature, profili di fantasmi. Hanno creato un universo parallelo. Hanno anche fatto esperienza di una diversa maniera di essere poeta a Sud, e a Sud del Sud.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 8 febbraio 2026
I libri sono necessari anche quando annoiano un po’
Qualche giorno fa, il 27 di gennaio, il linguista Gian Luigi Beccaria, ha compiuto novant’anni. Nel corso di un’intervista a Maurizio Crosetti per il Corriere della Sera, ha detto che nei Promessi sposi c’è tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi. Ha detto che i personaggi di quel romanzo sono la condizione umana. Beccaria è membro dell’Accademia della Crusca, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Ma i titoli che hanno più valore sono quelli dei suoi molti libri. Allora, la sua autorevolezza potrebbe costituire la condizione per chiudere definitivamente l’annosa, ciclica e noiosa questione che riguarda la lettura a scuola del romanzo di Manzoni. In quel romanzo c’è tutto l’universo. Punto. Certo, qualcuno potrebbe senza nessuna difficoltà obiettare che l’universo che c’è nei Promessi sposi è infinitamente e irrimediabilmente lontano da quello che abitano i giovani. E’ vero, forse. Ma proprio per questo si deve leggere quel romanzo: per entrare in un universo sconosciuto, per esplorarlo e magari accorgersi che in un angolo di quell’universo, in una zona d’ombra, in un anfratto, c’è qualcosa che rassomiglia straordinariamente a quello che c’è nell’universo al quale apparteniamo. Ma poi, tutti i libri sono universi sconosciuti. Esistono perché qualcuno si avventuri nei loro territori. Per mettere in scena storie e figure nelle quali ritrovarsi e riconoscersi, oppure non ritrovarsi e non riconoscersi. Nelle storie e nelle figure di Manzoni non si si ritrova, non ci si riconosce. Ma neanche in quelle di Calvino o di Gadda o di Tolstoj. Sono universi lontani. Ma forse leggere significa (anche) confrontarsi con la lontananza. Fare esperienza di mondi che non si conoscono e che a volte non esistono. Il mondo che racconta Manzoni, invece, è esistito, ha avuto un’esistenza drammatica che in una dimensione metaforica ha richiamato il pensiero quando qualche anno fa ci si è ritrovati a fare i conti con una pandemia. La letteratura è fatta di metafore. Per esempio: non sono mai riuscito a fare a meno di pensare allo scenario storico dei Promessi sposi tutte le volte che ho incontrato quei versi di Vittorio Bodini che dicono così: “Questa è la mia città,/le mura le avete viste:/sono grige, grige./Di lassù cantavano/gli angeli nel Seicento,/tenendo lontana la peste/che infuriava sul Reame”. In un saggio contenuto in “Una pietra sopra”, Italo Calvino sosteneva che mai romanzo fu calcolato con tanta esattezza, che I promessi sposi è un “libro di storia involto in pagine di romanzo”; ogni effetto poetico e ideologico è regolato da un’orologeria predeterminata ma essenziale, da diagrammi di forze ben equilibrate. Un’altra obiezione: quando si leggono i Promessi sposi ci si annoia. E’ vero anche questo, qualche volta. Ma la noia è quella condizione che costringe a rileggere con più attenzione, a riprendere il filo, a riannodare i significati. Non sempre leggere dev’essere un piacere. Molto spesso è una combinazione di piacere e sacrificio, di noia e di attrazione. Ci sono libri che si devono leggere perché sono necessari, forse anche indispensabili. Non saprei dire se I promessi sposi sia un libro indispensabile. Direi che certamente è necessario, per le ragioni che dice Beccaria: perché in quel libro c’è il senso sostanziale della storia.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 1 febbraio 2026
Chill. quell’indugiare che somiglia tanto al pensiero meridiano
Chill. Ha un bel suono. Chill. Vuol dire rilassamento, tranquillità, relax, calmo, tranquillo, senza stress. Chill. E’ una parola che proviene dall’universo della GenZ e della Gen Alpha. L’Accademia della Crusca l’ha scelta come parola giovane dell’anno 2025. Chill non è quell’otium ideale di vita di cui diceva Seneca. Chill è tutta un’altra cosa; ha tutta un’altra storia. A me ha riportato alla memoria quel “Pensiero meridiano” che Franco Cassano pubblicò trent’anni fa. Dove scriveva che bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, dare il nome agli angoli, agli alberi ai pali della luce, portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada; fermarsi su un lungomare, su una spiaggia, su una scogliera inquinata. Andare lenti, diceva, vuol dire rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti ad esplodere. Andare lenti vuol dire ringraziare il mondo, farsene riempire. Aveva ragione Franco Cassano. Ce ne rendiamo conto ogni giorno. Forse si ha bisogno di conquistare una saggia lentezza. Si ha bisogno di apprendere, o riapprendere, a fermarsi un istante per un respiro profondo, a prendersi il tempo che ci vuole per riflettere, meditare sul senso delle cose, sulla loro importanza, sull’incidenza che hanno nel farsi dei nostri destini.
Si ha bisogno di un’intima armonia con i giorni che si attraversano, di una sintonia con le esperienze che ci riguardano; si ha bisogno del dubbio, dell’indugio, della ponderatezza. Soprattutto di un ribadire la consapevolezza che gli attimi ci sono concessi uno alla volta e una volta soltanto.
Si ha bisogno di una lentezza che permette di approfondire i concetti, di mettere a confronto elementi diversi, di riconoscere una valenza al passato come condizione di una crescita che ci ha formati nel modo in cui siamo, con le nostre identità, con i desideri inappagati o realizzati. Spesso di quello che pensiamo e che facciamo in un istante, perdiamo la memoria nell’istante successivo, perché non c’è stata riflessione, perché con il pensiero e con il fatto abbiamo avuto un rapporto sfilacciato e superficiale. Così ci sfugge l’essenziale, che consiste nel comprendere le cause e gli effetti di quello che pensiamo e che facciamo. Allora è come se non l’avessimo mai pensato, mai fatto. Qualcosa che ci è appartenuto evapora, si perde. Spesso la fretta ci costringe a guardare senza vedere, a sentire senza ascoltare, anche a parlare senza dare alla parola un’espressione semanticamente autentica, sostanziale. Così accade frequentemente che quello che vediamo, ascoltiamo, diciamo, non lasci nessuna traccia dentro di noi. Il nostro pensare e agire nella dinamica della fretta comporta la naturale conseguenza della provvisorietà, talvolta anche dell’insignificanza della relazione con gli altri e noi stessi. L’incontro con l’altro si brucia nell’episodicità, si depriva di emozione.
Ci manca il tempo per l’evocazione, per il richiamo, anche per l’invocazione. Ci manca il tempo per il silenzio che scava ed esplora la nostra dimensione interiore, che conforma le nostre percezioni, le nostre sensazioni, che ci mette in corrispondenza con la nostra coscienza e il nostro essere in un luogo, in un tempo, in un modo in cui non potremo essere mai più.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 25 gennaio 2026
Uomini e pianeta sommersi o salvati dallo stesso destino
Il pianeta Terra è una realtà straordinaria. Strabiliante. Le creature che abitano il pianeta sono una realtà straordinaria. Strabiliante. Allora non si capisce per quale ragione le creature (umane) di questo pianeta lo stiano annientando. Eppure sanno che non c’è un posto diverso dove si possa andare.
Quando lo avranno surriscaldato, quando ne avranno stravolto tutti gli equilibri, quando si sentiranno strangolare dall’inquinamento, non avranno un altro posto dove andare. Quando avranno distrutto tutte le foreste, e i ghiacciai si saranno squagliati, e il livello del mare si sarà alzato fino ad arrivare dentro le case, non avranno un altro luogo dove andare.
Dicono alcuni rapporti autorevoli che per cercare di mettere riparo abbiamo il tempo di pochi decenni, che in faccende di questo genere corrispondono agli istanti. Dopo di che da queste parti diventerà una pietraia sterminata.
Se degli uomini di scienza ci fidiamo, allora dobbiamo stare attenti: davvero molto attenti.
Potremmo arrivare a un punto tale da non avere più la possibilità di dire che qualcuno usa toni da catastrofe.
Si deve dare retta alle parole degli scienziati, ai loro severi ammonimenti, alle imploranti esortazioni, perché non si giunga all’irreparabile, all’assolutezza della distruzione. Perché si recuperi una coscienza del tempo, della terra, un sentimento del proprio essere in un tempo e in un luogo, fabbricanti di un progresso, di una civiltà, di uno sviluppo senza maschere, trucchi, menzogne. Un unico destino ci tiene insieme. Da quel destino saremo sommersi o salvati. Quasi venticinque anni fa, in un saggio che s’intitola “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, il sociologo francese Edgar Morin scriveva della condizione dell’umanità come destino planetario. Diceva che la comunità di destino deve lavorare affinché la specie umana si sviluppi in umanità, in coscienza comune e in solidarietà planetaria.
Abbiamo pochi decenni di tempo per salvare il pianeta. Passato questo tempo non serviranno più avvisi, esortazioni, implorazioni. Non servirà più la scienza. Sarà troppo tardi finanche per qualsiasi disperato sussulto di coscienza. L’egoismo e l’incoscienza avranno già compiuto il loro lavoro, definitivamente.
In un libro affascinante, “Cosa resta da scoprire”, Giovanni Bignami, astrofisico di fama mondiale, dice che bisogna stare attenti a quello che succede nell’atmosfera.
Dice che finora siamo stati fortunati per il fatto che la giusta combinazione massa-distanza dal sole e un campo magnetico che ci protegge dalle cattiverie dello spazio, ci hanno permesso di mantenere l’atmosfera originaria. Senza queste condizioni non avremmo la quantità di effetto serra naturale, per cui la superficie della terra avrebbe una temperatura media al di sotto dello zero e anziché bere acqua sgranocchieremmo ghiaccio. “Dobbiamo stare attenti a conservarcela bene la nostra atmosfera e in generale conservare tutto il pianeta col suo delicato equilibrio globale”.
Abbiamo il tempo di pochi anni. Dopo questo tempo non ci potrà essere nessun progetto e forse neppure nessuna speranza. Dopo questo tempo potrà restarci soltanto la dolceamara nostalgia dei sopravvissuti. Come in quella canzone di Francesco Guccini in cui la realtà del passato raccontata da un vecchio a un bambino sembra che sia il paesaggio inventato di una fiaba.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 18 gennaio 2026
Salvare la scrittura integrandola con la tecnologia
Forse si tornerà indietro, ad un’epoca lontana. Forse faremo come quei filosofi che insegnavano oralmente. Per la prima volta nella storia delle civiltà, il sopraggiungere di nuovi strumenti della tecnologia potrebbe determinare un riavvolgersi del tempo. L’esistenza di ChatGpt e strumenti consimili potrebbe comportare, nel campo dell’istruzione, il ricorso a “modelli di insegnamento fondati sulla trasmissione orale del sapere. La scuola e l’università del futuro, in altre parole, potrebbero assumere caratteri ‘medievali’, se non arcaici, perché basati sulla riscoperta della parola orale, dell’argomentazione, del dialogo”. E’ questo il possibile paesaggio culturale del futuro disegnato da Luca Ricolfi in un editoriale del “Messaggero” di qualche giorno fa, nel contesto di un ragionamento rigoroso e più ampio che pone domande e fornisce risposte su una questione fondamentale perché riguarda gli scenari dell’istruzione e quindi la formazione del pensiero.
Allora, diventa inevitabile chiedersi quale sarebbe il destino della scrittura in una dimensione didattica strutturata sull’oralità e a chi sarebbe affidato il suo insegnamento nel caso dovesse servire per qualche faccenda che richiede una traccia che rimanga nel tempo.
Infatti, se i processi di insegnamento, apprendimento, controllo, verifica, valutazione, si realizzano con la voce, per naturale conseguenza la scrittura assume una funziona secondaria, residua, marginale e per ulteriore conseguenza il suo insegnamento risulterebbe secondario, residuo, marginale. Ma da secoli e secoli la scrittura è essenziale. Non tanto per alzare altari alla memoria come ha fatto Marcel Proust e neppure per sperimentazioni sublimi come quella di Stefano D’Arrigo con “Orcynus orca”. La scrittura è essenziale per il progresso della civiltà, e quanto più la civiltà si presenta con i caratteri della complessità, tanto più richiede, pretende scrittura: nitida, precisa, organizzata. Che a volte azzarda forme nuove adeguandole alle forme configurate dalla civiltà. E’ sempre accaduto questo, in fondo. Non si scrive più come si scriveva nel Duecento, neanche come si scriveva nel ‘400. Non si scrive più neanche come si è scritto nel Novecento, soprattutto prima che arrivassero i social. Non si scriverà più come si scrive oggi fra dieci anni, al massimo. La scrittura appartiene al tempo; è parte del tempo. Probabilmente è la più significativa espressione, manifestazione, testimonianza della civiltà di un tempo. Dunque, non è ritirando la scrittura dalle aule delle scuole e delle università che ci si adegua alle espressioni della civiltà. Forse la modalità più opportuna o meno tranciante (qualcuno direbbe anche meno dolorosa) potrebbe essere quella di integrare e far interagire la scrittura nel sistema dei nuovi strumenti. Oppure, invertendo i termini e la sostanza, di integrare i nuovi strumenti nel sistema della scrittura. Ma che sia la prima o la seconda formula, forse l’unica possibilità è questa. D’altra parte è andata sempre così: il nuovo è stato piantato sull’esistente, sull’antico che ha fatto da base, da fondamenta.
Certo, cucire il nuovo nel tessuto culturale della scrittura è abbastanza più complicato, più difficile. Ma a risolvere i problemi difficili, la scuola è abituata. Da sempre.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 11 gennaio 2026
Quel fascino segreto delle conoscenze che non abbiamo
Ci sono quelli che hanno nostalgia della scuola com’era. E’ un loro diritto, in fondo. La nostalgia è un sentimento intimo, profondo: quindi indiscutibile. Però è altrettanto indiscutibile il diritto di esprimere l’opinione che probabilmente commettono un errore. Non si può avere nostalgia dei fatti che riguardano la cultura, la formazione, il pensiero di una civiltà. Non si può perché comporta il rischio di rifiutare l’innovazione a favore del perpetuarsi di una tradizione che non di rado costituisce il presupposto per una condizione di immobilità, di reiterazione di rituali svuotati di significato. La scuola non rappresenta soltanto un’espressione – tra le più importanti, essenziali- del sociale ma proietta nell’immaginario le ipotesi di quello che sarà il sociale nel tempo a venire. Prefigura forme di sviluppo, di progresso, metodi di apprendimento, territori di conoscenza, elabora concetti di riferimento per la convivenza degli umani, per le situazioni di lavoro, per gli universi da esplorare nel corso dell’esistenza. Nessuna disciplina insegna per oggi stesso; insegna sempre per il giorno dopo, e il giorno dopo, rispetto all’oggi, sarà più complesso, pretenderà energie nuove, nuovi saperi, nuove competenze di movimento tra le strade del sociale. La scuola com’era un tempo ha fatto il suo tempo, e a far la somma di tutti i risultati si può anche dire che lo ha fatto bene. Ha saputo scrutare gli orizzonti e orientare verso quelli più chiari. Ha conformato persone e personalità che con più o meno fatica sono riuscite a confrontarsi con i mutamenti vertiginosi, gli smottamenti, le turbolenze. Ma non se ne può avere nostalgia. Gli orizzonti sono cambiati, sono diventati indistinti, confusi, le turbolenze imprevedibili. Occorre fare i conti con conoscenze inedite, finanche inimmaginate, che determinano insicurezze, rendersi disponibili a nuove esperienze di conoscenza. Quelle certezze che sembravano definitive, si sono trasformate in argini frananti. E’ su quegli argini che ci si deve muovere per andare avanti. Ma forse c’è anche una sorta di bellezza in questa condizione. Forse c’è la bellezza della convinzione che quello che si apprende oggi, domani non avrà più ragione, non avrà più funzione, che sarà necessario ricominciare daccapo, apprendere di nuovo e in diverso modo. Se la violazione delle Colonne d’Ercole del sapere ha un suo fascino, allora quel fascino cresce continuamente e a dismisura, almeno dal Novecento in poi. Però quel fascino non si può avvertire se si sente nostalgia delle cose come sono state. Si avverte se si ha la sapienza di andare oltre. Ecco. La scuola è quel luogo in cui si va oltre. Esiste per questo. Per ripensare, riconsiderare, riformulare l’acquisito. Per disarticolare i perimetri rassicuranti delle discipline e dei metodi. Per trasformare la loro combinazione in quell’imbarcazione con la quale Ulisse sfida il confine del sapere. La scuola è quel luogo in cui questo è sempre accaduto e deve sempre accadere.
Allora, si può anche avere nostalgia della scuola com’era: a condizione che si tratti di quella scuola che ha fatto entusiasmante avventura della scoperta delle cose e delle storie di cui non si sapeva.
Se invece si alzano muri di rimpianto, si alzano altari a quell’altra che faceva (o fa) il già fatto, allora la nostalgia è un errore che alla civiltà potrebbe anche costare caro.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 4 gennaio 2026
Quelle parole perdute che solo la scuola può ritrovare
Un linguaggio immiserito, appiattito, rattrappito. Espressioni ridotte, striminzite, abbreviate, accartocciate, contratte. La grammatica si è data alla macchia; tempi e modi verbali sono stati schiacciati; il congiuntivo non si usa neanche per errore. Parliamo, scriviamo conformandoci a mode, modelli, schemi, stereotipi, convenzioni, cliché. Il linguaggio ha subito un processo di deperimento, di eccesivo livellamento, di esagerata semplificazione, di regressione costante, di svuotamento del senso; si è impaludato in meccanismi automatici, piatti formulari, uniformità spersonalizzanti. Forse per pigrizia, per sciatteria, per noncuranza, oppure, semplicemente, per mancanza di conoscenze e competenze basilari. Un linguaggio grigio, uniforme, frammentato, abusato, consunto, superficiale, vago. Informe. Inconsistente. Parole riciclate e false, che si portano dentro un senso precario. Le faccende della lingua cambiano come cambiano quelle della vita, quelle del sociale. Seguono la Storia. E’ vero. Però è anche vero che a volte cambiano in meglio, altre volte in peggio. Sono decenni, ormai, che cambiano in peggio. Si cominciò con la televisione, che ha avuto il merito, indubbiamente, di realizzare l’unità d’Italia, ma poi ha ridotto rasoterra il livello della sua parlata. Si è continuato con i media, sempre nuovi, sempre più nuovi, con i social che hanno saccheggiato, i forestierismi spocchiosi e ingiustificati. La scuola ha fatto quello che ha potuto: ha scavato trincee, ha resistito cercando di far capire che non bisogna cedere all’incuria. Dopo aver insegnato la lingua agli italiani quando avevano bisogno urgente di imparare a scrivere e a parlare (perché al servizio di leva non solo non si capivano gli analfabeti piemontesi con i siciliani ma nemmeno i pugliesi di Lecce con quelli di Bari), si è trovata a dover ricominciare. Ma un’alternativa probabilmente non c’è. Soltanto la scuola ha la possibilità e gli strumenti per ricomporre una coscienza e una identità linguistica sia a livello personale che a livello sociale. Ora la scuola deve ricominciare ad insegnare non solo a scrivere e a parlare ma anche a scansare le trappole dell’espressione massificata e banale. Perché forse il problema è proprio questo: usiamo un linguaggio piatto e contraffatto, che non ci appartiene, una parola che non viene da dentro, che non pensiamo, non elaboriamo, che non ha relazione con quello che siamo, con quello che vogliamo, che non traduce il preciso o incerto sentimento, l’oscillare delle sensazioni, l’emozione che coinvolge. Non abbiamo più parole profonde, quelle che dicono la nostra identità, che ci fanno diversi da ogni altro, che ci rendono riconoscibili, irripetibili. Con molta probabilità le parole che hanno profondità abitano un luogo che si chiama letteratura. E’ lì che si possono trovare le parole profonde: quelle che sanno dirci e darci il senso di un’esperienza, che ci offrono la possibilità di raccontare le storie che abbiamo attraversato, quelle che vorremmo attraversare, che abbiamo sognato o vorremmo sognare. Forse è dalla letteratura che la scuola deve ricominciare. Che non significa (solo) racconto e poesia. Ma anche la letteratura che brilla in certi luoghi della matematica, o della fisica. Tanto per esempio.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 28 dicembre 2025
Le cose che scompaiono si portano via il ricordo delle nostre storie
In un saggio che si intitola “Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale”, il filosofo tedesco di origini sudcoreane Byong-chul Han sostiene che l’ordine terreno, l’ordine planetario, è costituito da cose che assumono una forma durevole e creano un ambiente stabile, abitabile. Ma all’ordine terreno sta subentrando l’ordine digitale che derealizza il mondo informatizzandolo.
Così le cose del reale scompaiono, gradualmente, rapidamente, portandosi via universi di significati. Ma le cose del reale servono a testimoniare che qualcosa è accaduto davvero, che qualcuno è esistito davvero. Magari quando le atmosfere diventano rarefatte, quando la nebbia del tempo e il rimaneggiamento dell’oblio fanno il loro lavoro. Scriveva Eugenio Montale in “Dora Markus”: “Non so come stremata tu resisti/in questo lago/d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse/ti salva un amuleto che tu tieni/vicino alla matita delle labbra,/al piumino, alla lima: un topo bianco,/d’avorio; e così esisti!”.
Spesso sono cose da nulla, senza più uno scopo, che si trasformano in metaforici specchi in cui osservarci per vedere se ci riconosciamo oppure no, se ci resta memoria di un antico stupore, di amori, gelosie, malinconie, furori, o se il fiume del tempo ha travolto tutto, lasciando solo un superstite ninnolo a galleggiare. Gli oggetti, le cose che ci sono appartenute, alle quali in qualche modo siamo appartenuti, sono frammenti dell’esistenza che si srotola, segnano i passaggi di stagione, le svolte nel corso del cammino, rappresentano una continuità o una discontinuità, una coesione o una frattura.
Ci ricordano come siamo stati: riconducono nei luoghi, restituiscono creature, riaccendono storie, anche quelle che non sono state felici. Forse soprattutto quelle. Ma è stata ogni maglia della rete a conformare il tessuto di come siamo. Anche quando qualche maglia si è rotta; anche quando si sono aperte ferite. Il fiotto del loro ricordo riconfigura il tempo nella nostra dimensione esistenziale. Si ripercorre il viaggio, e ritornano i compagni di quel viaggio, e i paesaggi che appaiono e scompaiono dal finestrino del treno, e i discorsi, e i silenzi, e quelli che salgono e scendono alle fermate, come in una poesia di Giorgio Caproni.
“Nelle cose si depositano idee, affetti e simboli di cui spesso non comprendiamo il senso. Più siamo in grado di recuperarlo e di integrarlo nel nostro orizzonte mentale ed emotivo, più il mondo si allarga e acquista profondità”. Così scrive Remo Bodei in “La vita della cose”.
Qualche volta le dimentichiamo. Gli oggetti sprofondano nelle sabbie mobili dell’oblio. Hanno lo stesso destino di uomini e donne. Noi non ricordiamo tutti quelli che abbiamo conosciuto in un tempo, in un luogo. Non tutti ricordano di aver conosciuto noi. A volte si passa così, indifferenti, senza lasciare traccia, un qualche segno. Accade la stessa cosa per gli oggetti. Ecco, anche in questo uomini e cose sono accomunati dalla stessa sorte; uomini e cose hanno una vita annodata alla memoria che resiste di loro. Senza la memoria che lasciamo, senza la memoria che ci viene lasciata, siamo consegnati o consegniamo qualcuno o qualcosa alla dissolvenza. Ma quando ricordiamo, gli oggetti sono le figure del tempo ritrovato, salvato nei solai, nelle cantine, sottratto al rigattiere avaro della dimenticanza. Ma non si sa se riusciremo a sottrarle anche all’onda travolgente del virtuale.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 21 dicembre 2025
A scuola si deve insegnare come non si usa l’intelligenza artificiale
Se qualcuno intende combattere epiche battaglie contro l’intelligenza artificiale applicata ai processi di apprendimento, ovviamente è libero di farlo. Ma deve avere consapevolezza che si tratta di battaglie che ha perso prima di cominciarle. Il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese riferisce i seguenti dati: Il 72% degli studenti di scuola superiore utilizza l’IA per lo studio o nella vita personale, il 53,1% ha nella propria classe insegnanti favorevoli al suo impiego nella didattica, il 33,8% ha docenti che la utilizzano come supporto all’apprendimento. Ancora: il 72,0% è consapevole che l’utilizzo esperto dell’IA è una competenza fondamentale per il futuro e ritiene che dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Il 59,2% crede che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento, favorendo l’approfondimento dei temi più complessi. Il 53,9% afferma che li aiuta a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti.
Non c’è dubbio che le percentuali siano destinate a crescere. Quindi è assolutamente inutile, se non controproducente, che s’inizi la battaglia. Non è più tempo di schierarsi con gli apocalittici o gli integrati. L’unica cosa che ha senso fare è quella di trovare i modi per governare l’intelligenza artificiale, per orientarla verso applicazioni positive. Una vecchia storia, in fondo.
Ai versi 365-367 di “Antigone”, Sofocle dice che l’uomo è scopritore mirabile d’ingegnose risorse che ora al bene e ora al male rivolge. Ecco, dunque. L’applicazione dell’IA dev’essere rivolta verso un apprendimento autentico e sostanziale, e forse l’unico modo per riuscirci è quello di integrarla e farla interagire con quelle intelligenze (naturali) che Howard Gardner ha individuato in un saggio che s’intitola “Cinque chiavi per il futuro”: disciplinare, sintetica, creativa, rispettosa, etica. Sono le intelligenze, o mentalità, che in futuro eviteranno ad una persona di ritrovarsi in balia di forze “che non potrà né prevedere né tantomeno controllare”, dice Gardner.
Lo sviluppo e il benessere dell’uomo si realizzano – prevalentemente, non esclusivamente- attraverso il progresso di scienza, tecnica, tecnologia. Allora occorre disegnare una sfera di significato in cui le finalità del progresso scientifico e tecnologico possano incontrare quelle dell’umano. Forse questa sfera si chiama etica. Forse non si può chiamare che così. Fuori da questa sfera agiscono quelle forze di cui dice Gardner: che non possiamo prevedere né tantomeno controllare.
Forse quel 72% di studenti che dichiara di utilizzare l’IA ha capito che conoscerla è l’unica possibilità che si ha per governarla, per scegliere la maniera più coerente e corretta di applicarla, per non consentirle l’assedio e l’invasione e il saccheggio dei territori dell’esistere che sono e devono restare soltanto regno dell’inequivocabilmente umano.
Non ha nessun senso che la scuola insegni ad usare l’intelligenza artificiale. Gli studenti lo sanno fare già, nel migliore dei modi, perché l’autoapprendimento è sempre il migliore dei modi. La scuola deve insegnare come non si usa l’intelligenza artificiale. Deve far comprendere che ci sono frontiere che non si devono superare, che a un certo punto ci si deve fermare e confidare in quella intelligenza d’uomo che tante volte sbaglia e pretende di rifare, di ritentare, che richiede tempo per dare risposte. Ma sono quelle risposte che trasformano il tempo in esperienza e poi l’esperienza in conoscenza che si impasta con l’esistenza e con essa si fa una sola cosa.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 14 dicembre 2025
L’arte di scegliere: la scuola come luogo in cui diventare
Scegliere una scuola è come seminare un campo di grano. Questo è il tempo di scegliere, di seminare. Ma quale scuola. Quella più facile, quella più difficile. Quale scuola.
Nell’età dell’infanzia, dell’adolescenza, le idee sono confuse. E’ giusto avere idee confuse, a quell’età. E’ bello avere un’età in cui le idee sono confuse. Le idee sono confuse quando sono tante da potersi confondere. Quando si ha una sola idea, è come quando si ha davanti una sola strada: non si può riflettere quale sia quella più giusta, o più opportuna, e a quell’età non c’è nessuno che non abbia nella testa tante idee da poterle confondere, che non si figuri dentro gli occhi tante strade da potersi permettere di considerare quale sia quella migliore, che porta più lontano. A volte le idee che hanno se le tengono dentro, perché gli adulti non sanno tirargliele fuori. Perché gli adulti scelgono per loro, che però hanno pensieri nuovi, nuove visioni del mondo, vanno verso altri saperi. A volte gli adulti dicono che a quell’età non si ha la capacità di scegliere. Non è vero. Chi dice così non sa o non ricorda che cosa sia l’infanzia, l’adolescenza. A quell’età, le idee se le tengono dentro perché hanno l’intrinseca consapevolezza di doversi confrontare innanzitutto con se stessi. Se gli adulti vogliono che si confrontino anche con loro, devono far capire che quel confronto ha un senso, che ha un’importanza la condivisione delle idee, che un riscontro può essere utile, o almeno rassicurante. Quale scuola, dunque.
Innanzitutto una scuola in cui si stia bene, ci si trovi a proprio agio: una scuola che eventualmente sappia affrontare e risolvere il disagio, attenta all’identità, alla personalità, ai processi di crescita. Con insegnanti che sappiano ascoltare sapientemente anche il silenzio. Che sappiano leggere e interpretare gli sguardi. Che sappiano dialogare. Che considerano la propria disciplina – ogni disciplina- come una scienza dell’umano. Che considerano ogni ora di scuola come la parte di un viaggio che si fa assieme. Insegnanti così ce ne sono, ancora. Ce ne saranno sempre. Stare bene è la condizione fondamentale, essenziale, per apprendere bene.
Basta questo, perché capiranno dopo, capiranno da sé, che essere e sapere sono un unico concetto derivante da reciproche conseguenze: l’essere che conforma il sapere e il sapere che conforma l’essere. Poi capiranno dopo, autonomamente, che in questa relazione strutturale, che in questa reciprocità sostanziale, antropologica, le mode non hanno senso, non contano niente, perché le mode quasi sempre fioriscono nel vuoto di senso e quando passano non lasciano altro che quello stesso vuoto di senso.
Quale scuola, dunque. Necessariamente una scuola che garantisce quella rete di conoscenze, abilità e competenze funzionali, strategiche e coerenti con la formazione che i tempi e la temperie culturale richiedono e pretendono. Quale scuola, dunque. Probabilmente quella che realizza un orientamento affrancato dalle celebrazioni dell’apparenza, dalla verbosità senza sostanza, dalla sterilità autoreferenziale, dai presupposti senza fondamento, dalle vecchie formule, dalle vecchie idee, che configura un onesto inquadramento di tutte le possibili prospettive della conoscenza.
Quello che sarà al tempo del raccolto dipenderà, inevitabilmente, da dove e come si è seminato. Se si semina sulla pietraia non si potrà raccogliere niente.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 7 dicembre 2025
Compiti a casa. Una vecchia domanda ancora senza risposta
Ci sono storie che attraversano i decenni senza arrivare mai a soluzione. La storia dei compiti a casa, per esempio. In generale e nel fine settimana in particolare.
Secondo un sondaggio di Skuola.net tra gli studenti delle medie e delle superiori, il 37%, per fare i compiti impiega oltre 4 ore al giorno; un terzo impiega dalle 2 alle 3 ore; al 19% basta un’ora; uno su 10 ci mette meno di un’ora. Nel fine settimana, un 15% degli intervistati trascorre due giorni sui libri mentre uno su 5 se la sbriga in mezza giornata.
In altro tempo, nessuno studente avrebbe avuto mai l’ardire di lamentarsi. Meno che mai l’avrebbero avuto i genitori: quelli che risparmiavano sul pane per consentire al figlio di prendere quello che si chiamava ascensore sociale.
Una vecchia storia, i compiti a casa.
Con circolare n. 177 del 14 maggio 1969 avente ad oggetto: “Riposo festivo degli alunni. Compiti scolastici da svolgere a casa”, il Ministero della Pubblica Istruzione disponeva che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e tipo non vengano assegnati compiti scolastici da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo, di guisa che nel predetto giorno non abbiano luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, almeno che non si tratti, ovviamente, di materia, il cui orario cada soltanto in detto giorno.
Sono passati cinquantasei anni. In Italia, in Europa, nel mondo è cambiato proprio tutto e, più di tutto, è cambiato il profilo culturale delle generazioni, il loro modo di pensare, di apprendere, di confrontarsi con le forme e gli strumenti del sapere. E’ cambiata la loro – e la nostra – percezione del tempo e dello spazio, le modalità di elaborazione e di espressione del pensiero, le motivazioni e le finalità del conoscere. Ma restano identici gli interrogativi sui compiti a casa, ai quali si risponde nel modo più vario: servono, non servono, hanno senso, funzione, sono utili, inutili, ininfluenti, dannosi.
Non si vuole, qui e ora, mettersi a discutere se fare i compiti a casa sviluppi l’autonomia dell’apprendimento, abitui alla riflessione, all’approfondimento, al confronto con se stesso, all’impegno sistematico, non si vuole, insomma, ripetere le solite risposte, che siano a favore o contro non importa, e non si vuole nemmeno sostenere che se vuoi giocare a pallone ti devi allenare. Anzi, ai vecchi interrogativi se ne aggiunge un altro. Questo: che cosa fa un bambino, un ragazzo, in casa, per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non studia la storia, non fa un problema di geometria, se non si confronta con i temi della filosofia, se non disegna alberi e case e fantasie, che cosa fa in casa per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non impara una lingua straniera, se non sfoglia un libro di storia dell’arte? Se ne sta per caso davanti al televisore, si trastulla con la playstation, naviga in internet, girovaga nei social, si obnubila con giochi elettronici vari?
E’ chiaro che bisogna riflettere e nell’attesa di capire meglio, adottare un comportamento prudente. Vale a dire: mentre si riflette, i compiti a casa si continuano a fare o si sospendono? Personalmente non saprei che dire, se non che, probabilmente, melius est abundare quam deficere. Che tradotto significa: meglio studiare qualche ora a casa in attesa di sapere che non serve, che non studiare per scoprire poi che invece sarebbe stato necessario. Oppure, addirittura, indispensabile.
“Quotidiano di Puglia”, domenica 30 novembre 2025
Umanesimo e intelligenza artificiale. Alla ricerca di un equilibrio necessario
Demis Hassabis è il Nobel per la chimica 2024 e il co-fondatore di Google DeepMind. In un’intervista al Corriere della Sera, ha detto che “Una delle grandi promesse che l’AI offre all’istruzione è l’apprendimento personalizzato. Nelle scuole ci sono spesso classi molto numerose, con studenti più indietro rispetto alla media, e altri molto più avanti. E un solo insegnante, il cui compito è portare tutti a un certo livello. Ma le “code lunghe” che fine fanno? Credo che l’AI possa giocare un ruolo importante, può stimolare gli studenti più capaci, proponendo sfide aggiuntive, e può riorganizzare il percorso per chi è indietro. Come può un insegnante da solo fare tutto questo? Con l’AI forse diventa possibile: non per sostituire l’insegnante, ma per supportarlo. E di conseguenza dovrà cambiare il ruolo dell’insegnante stesso”.
Hassabis ha molte ragioni, probabilmente. Però, riflettendoci un attimo, qualche dubbio può anche risultare legittimo. Per esempio: è vero che ci sono casi di classi molto numerose, che ci sono studenti che restano indietro e altri che vanno avanti. Ma viene da domandarsi, così, da uomo della strada, per quale ragione prima di affidarsi agli assistenti digitali cognitivi a sostegno del lavoro dei docenti, non si assumono insegnanti veri, come quelli che abbiamo conosciuto e conosciamo (che, fra l’altro, riorganizzano il percorso di chi sta avanti e di chi sta indietro) in modo da formare classi meno numerose e organizzare gruppi di livello flessibili. Poi, un’altra domanda che viene in testa all’uomo della strada è una specie di paura. Questa: non è che l’intelligenza artificiale, a conti tutti fatti, finisca con il generare un intelligente artificiale? L’uomo della strada percepisce che questa sia una domanda complessa, e capisce che una risposta in tempi brevi non sia possibile darla. Dovranno passare decenni e generazioni. Si dovranno verificare e valutare i risultati relativi al livello di conoscenza, di cultura, e quindi di civiltà. Se l’AI nella scuola funzionerà in modo positivo (come già accade in altri contesti e condizioni), si avranno secoli di splendore. Se dovesse funzionare in modo negativo, accadranno disastri che non possiamo immaginare. Una cosa è certa: dell’intelligenza artificiale nella scuola non è pensabile che si possa fare a meno. Quindi bisogna imparare a governarla. Per non ritrovarci nelle stesse condizioni in cui ci ritroviamo con il cellulare, che prima lo abbiamo regalato al bambino ancora in fasce e adesso non sappiamo più che cosa inventarci per riuscire a toglierglielo dalle mani. Ma nessuna invenzione potrà esserne capace. Perché nessuna invenzione può cancellare i lieviti cognitivi che hanno radici nell’infanzia. Ecco. Davvero non si vorrebbe ritrovarsi nella stessa situazione.
Si sa che non sarà facile governare gli sviluppi dell’AI. Lo dicono tutti, e quelli che lo dicono non sono uomini della strada. Ci vuole un pensiero nuovo. Una nuova visione del passato e del presente, una inedita prefigurazione di futuro. Ci vuole una nuova sensibilità. Un modo diverso di leggere e interpretare il mondo e le sue storie. Ci vuole un’intelligenza creativa costantemente orientata verso una incessante innovazione. Una capacità di modularsi in relazione alle trasformazioni degli scenari culturali, economici, sociali, di confrontarsi con l’imprevedibilità delle situazioni.
Forse ci vuole un nuovo umanesimo.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 23 novembre 2025
La formazione di cui avrà bisogno il prossimo futuro
Forse serve a poco o non serve a niente indagare le cause che hanno determinato quella situazione riportata dall’Istat. Si doveva pensarci prima di ritrovarsi con studenti dell’ultimo anno di scuola media che per il 41,4% non raggiungono competenze sufficienti in italiano e per il 44,3% hanno carenze in matematica. Alle cause si doveva pensarci prima. Adesso è il tempo di capire in che modo compensare. Pensare alla prospettiva. Probabilmente non sarebbe pedagogicamente corretto investire ogni risorsa tenendo conto esclusivamente delle condizioni che si presentano come contingenti, meno che mai di quelle che hanno il carattere delle emergenze per le quali occorre la conoscenza già acquisita. Probabilmente occorre chiedersi di quale formazione avrà bisogno fra quindici anni chi adesso ne ha dieci, o fra dieci chi adesso ne ha quindici, e progettare i processi formativi in conseguenza di quei bisogni. Probabilmente bisogna chiedersi quali testi si dovrà essere necessariamente in grado di interpretare e di elaborare; quale geografia si dovrà conoscere; quali metodi serviranno per comprendere la storia. Esempi generici, ovviamente. Ma per testi si deve intendere tutte le forme con le quali il mondo si rappresenta e si esprime; per geografia si deve intendere lo spazio in cui l’umano si muove e il modo in cui il movimento dell’umano modifica lo spazio; per metodi di comprensione della storia si deve intendere il modo con cui si comprende e si accoglie il movimento dell’umano nello spazio.
Già. Di quale formazione ci sarà bisogno in un futuro prossimo: quando le competenze tecnologiche, che in questo tempo sembrano necessarie, saranno di gran lunga superate perché cambieranno inevitabilmente le modalità di impiego e gli strumenti, ma soprattutto i codici, i linguaggi; quando il mercato del lavoro si sarà completamente trasformato; quando anche le forme dell’economia si saranno trasformate; quando sarà indispensabile conoscere altre lingue; quando anche il rapporto tra le persone e la relazione con il lontano e con il vicino avverranno attraverso canali diversi da quelli con cui avvengono ora; quando saranno cambiate le regole e le norme sulle quali si strutturano le convivenze. La capacità di acquisire conoscenze ulteriori quando i mutamenti avvengono vorticosamente, è diventata una condizione indispensabile almeno dalla seconda metà del Novecento in poi, e lo sarà sempre di più da domani in poi, perché cambieranno costantemente e con maggiore rapidità le situazioni sociali, culturali, economiche, demografiche, relazionali.
Certamente ci sarà bisogno di una formazione capace di rigenerarsi continuamente, di un pensiero che sia in grado di rimodularsi in base alle situazioni culturali e sociali, di una disponibilità al continuo confronto con il nuovo, l’incognito, l’inatteso. Ma poi, e forse innanzitutto, non si può più fare a meno di pretendere una formazione sostanziale: apprendimenti che hanno sostanza, che hanno consistenza, durata nel tempo, che siano applicabili in contesti e circostanze differenti.
Allora diventa indispensabile una formazione che consenta l’innesto di altre conoscenze, di nuove esperienze di apprendimento. Quando si parla di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, in fondo non si fa altro che determinare una coincidenza tra la conoscenza e l’esistenza. Che poi è una cosa antica, forse anche un fatto naturale.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 23 novembre 2025
Abbiamo il diritto di immaginare l’esistenza di un mondo migliore
Tanto tempo fa, da qualche parte, qualcuno che camminava a quattro zampe, forse immaginò di poterlo fare con due. Così ci provò. Ci riuscì. Gli altri lo guardarono. Prima lo presero per matto, poi ci provarono anche loro. Ci riuscirono anche loro. Se oggi gli uomini camminano su due gambe, probabilmente lo devono a quell’immaginare. Il futuro bisogna immaginarlo. Perché quello che non si può conoscere si può immaginare. L’immaginazione è più importante della conoscenza, diceva Einstein. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.
Quasi sempre l’immaginare è carico d’interrogativi, sia che si rivolga al nostro essere individuale, sia che si rivolga agli scenari culturali.
Gli scenari culturali si fanno sempre più complicati. Le domande che riguardano il loro conformarsi si moltiplicano, si aggrovigliano. Però, forse, ce n’è una che può sintetizzare tutte le altre: una domanda di fondo e fondamentale, che contiene la sostanza, il nucleo, l’essenza dei processi culturali. Così ci si chiede se nei tempi che verranno matureranno esperienze e conoscenze esclusivamente attraverso nuovi mezzi e nuove forme del sapere, attraverso linguaggi che sostituiranno quelli che adesso usiamo, oppure mezzi, forme, linguaggi vecchi e nuovi si integreranno sapientemente. Continueremo a studiare, a leggere fiabe anche sui libri di carta, oppure getteremo i libri nel più grande rogo della Storia, un immenso rogo senza fiamme, e leggeremo soltanto su uno schermo. Andremo ancora a scuola con uno zaino sulle spalle o soltanto con un tablet sotto il braccio. Avremo il passato dietro di noi oppure ce l’avremo ancora davanti, com’è sempre stato.
Non c’è stato mai un tempo in cui codici, canali e strumenti della cultura siano cambiati con la stessa rapidità di questi tempi. Arrivano generazioni che portano non solo pensieri nuovi, nuove visioni del mondo, ma anche inedite espressioni del pensiero, originali rappresentazioni delle visioni. Non sono tanto i linguaggi che costituiscono la differenza; sono i nuovi pensieri, le nuove visioni.
Poi ci si chiede se le forme culturali di domani saranno migliori di quelle di oggi. Certo, è una domanda banale, ma se molti se lo chiedono forse vuol dire che è meno banale di quello che sembra. Qualcuno può anche affermare che nella cultura non esistono forme migliori e forme peggiori.
Però a noi piace immaginare che le forme e le espressioni culturali del tempo a venire saranno migliori di quelle che abbiamo avuto, di quelle che abbiamo. Che le generazioni che stanno arrivando abbiano dentro il lievito di una pittura, una poesia, una musica, una scienza, un’architettura più belle di quelle che conosciamo. Che sappiano stupirci con un’altra bellezza che magari contemperi presente e passato, il suono che hanno le parole dell’Infinito di Leopardi con quello di altre parole di una lingua che loro inventeranno. Noi abbiamo il diritto e anche il dovere di immaginare che loro possano realizzare una civiltà con un sentimento di umanità più concreto e più profondo di quello che noi manifestiamo. Non importa con quali parole lo faranno. Importa che riescano a dare un senso nuovo, più autentico, più sincero a coloro che abitano e abiteranno questo pianeta. Che forse non è il migliore dei mondi possibili ma non è nemmeno quello peggiore.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 9 novembre 2025
Quella falsa idea che i ragazzi non studiano più
Un luogo comune, una menzogna, una leggenda metropolitana racconta che i ragazzi non studiano più. Una volta sì che si studiava. Adesso i ragazzi sono presi da tante cose, ma proprio da tante cose che non studiano più. Così si dice: con logica infondata. Invece, siamo noi che non studiamo in che modo studiano i ragazzi. Invece siamo noi che ci confrontiamo con la questione in maniera assolutamente superficiale e quindi assolutamente inadeguata. Basterebbe soltanto fare il conto del tempo che si impiega per poter realizzare il minimo di una condizione che consenta di affrontare il mondo, sempre più complesso, del lavoro. Allora. Una volta – quando secondo certuni si studiava – per entrare e attraversare i territori del lavoro, era sufficiente darsi la sicurezza di un diploma o al massimo una laurea. Adesso non più, già da qualche decennio. Adesso servono specializzazioni, titoli post laurea, master, formazione continua, competenza sia specifica che trasversale, anche in prospettiva di riconversione. Per cui, che si voglia oppure no, il tempo dello studio finalizzato al lavoro risulta notevolmente maggiore. Ma poi, e soprattutto, esiste una ragione di natura culturale che riguarda i metodi, i mezzi e la conformazione mentale con cui i ragazzi stabiliscono una relazione con le cose da studiare. Una volta – quando, come dicono i nostalgici, si studiava – un ragazzo si inabissava in una versione di latino, un problema di geometria, un capitolo di filosofia, e riemergeva con una traduzione, una soluzione, la comprensione e l’elaborazione di un concetto. Il mondo era tutto concentrato nella versione, nel problema, nel concetto.
Per le ore che durava lo studio, il rapporto tra il ragazzo e il mondo si realizzava esclusivamente attraverso quelle espressioni del sapere.
Poi il ragazzo ha scoperto che la relazione con il mondo non avviene soltanto attraverso quelle conoscenze. Lo ha scoperto usando quegli strumenti di cui – noi- lo abbiamo dotato appena liberato dalle fasce. Per esempio il cellulare; per esempio il computer, con tutte le funzioni che quegli strumenti mettono a disposizione. Così quegli strumenti hanno moltiplicato le prospettive, hanno ampliato e diversificato le relazioni, i richiami si sono fatti pressanti, spesso assordanti. Tutto questo lo abbiamo chiamato distrazione. I ragazzi non studiano più perché sono distratti. Non è vero. Oppure, se è vero che possa verificarsi una distrazione dal compito specifico, è anche vero che a quella distrazione corrisponde un’attrazione verso espressioni di conoscenza che si presentano con le forme della pluri e trans disciplinarità, della trasversalità.
I metodi di studio non sono più lineari. Sono ramificati, obliqui, rispondono alle condizioni di molteplicità, complessità, alla pluralità di messaggi, di linguaggi. Sono compatibili con le esperienze di esistere, con le forme di pensiero, con gli stili di apprendimento.
I luoghi comuni sono superficiali e in quanto tali a volte sono dannosi perché generano equivoci, errate valutazioni, alterano la realtà, la distorcono. Quando si dice che i ragazzi non studiano più, si sta semplicemente alterando la realtà. Non solo. Si sta disconoscendo il loro impegno, la loro serietà. Non solo. Si sta dimostrando di non aver capito che loro portano nuove identità, nuovi pensieri, nuove modalità di analisi e di interpretazione dei fatti e delle storie che attraversano il mondo.
“Nuovo Quotidiano di Puglia” , domenica 2 novembre 2025
Fin quando ci sarà un solo uomo esisterà la letteratura
Nel corso di un’intervista a Federica Manzon per “Tuttolibri”, il NobelLászló Krasznahorkai dice che il ruolo della letteratura in questo nostro tempo, è quello di un bellissimo addio: l’unica cosa che abbia un minimo di senso. La letteratura, che esiste in questa sua forma da poche migliaia di anni, è ormai matura per scomparire. Un mondo diverso sta per arrivare, un mondo di inganni, di raggiri, di illusioni e manipolazioni che alterano la percezione della realtà. Che posto potrebbe mai avere Dante in un mondo del genere? E Omero, Kafka, Shakespeare? E Beckett?! E Thomas Pynchon? Così dice.
Con sconfinata umiltà mi permetto di non condividere. E’ vero: un mondo diverso sta per arrivare, anzi è già arrivato. (E’ sempre un mondo diverso quello che arriva). Nel mondo che è già arrivato, corrono sia in profondità che in superficie, illusioni, inganni, raggiri. Ma non più di quanti sono stati quelli che hanno attraversato i tempi passati. E’ vero: metodi e strumenti di genere diverso intervengono sulla realtà manipolandola, distorcendola, alterandone sia l’immagine che la sostanza. Ma non più di quanto altri metodi e altri strumenti abbiano manipolato la realtà nei tempi passati. La letteratura è stata uno di quei metodi, di quegli strumenti. L’arte in genere lo è stata. L’arte e la letteratura esistono per questo, per elaborare un’altra realtà. Ma non è vero che la letteratura sia pronta per scomparire. Questo tempo non è il suo tempo dell’addio. Né lo sarà il tempo futuro. Finchè ci sarà qualcuno che sentirà il bisogno di sognare l’esistenza di un mondo diverso, di raccontare qualcosa a qualcun altro, di raccontare qualcosa soltanto a se stesso, di pregare o di imprecare, di ricordare com’è stato il giorno prima, di immaginare come sarà il giorno dopo, finché ci sarà qualcuno che proverà un sentimento di bellezza, di meraviglia, di paura, di tenerezza, di sconforto, qualcuno che vorrà consolare o consolarsi, qualcuno che avrà un pensiero, che avrà memoria, la letteratura non potrà scomparire. Finché resterà un solo sopravvissuto su tutto il pianeta, la letteratura non potrà scomparire. Avrà altre forme, senza dubbio, come ora ha forme che non sono le stesse di mille anni fa; avrà altri linguaggi, altre funzioni. Però ci sarà. Perché c’è sempre stata. Spesso come una stupenda e tremenda finzione. Come passatempo o come ribellione. Quell’uomo ritrovato nella grotta di Lamalunga, dalle parti di Altamura, che abitava quei luoghi 150 mila anni fa, in qualche modo raccontava: come fosse andata la caccia, per esempio. Raccontavano con i loro segni sulle pareti, quegli esseri che abitavano le grotte di Badisco. Chiunque abbia avuto vita ha avuto anche racconto. Non è mai esistita in nessun tempo e in nessun luogo, una civiltà senza letteratura, in forma orale o scritta. Non esisterà mai. Perché non è mai esistita e non esisterà mai una civiltà senza miti, fiabe, preghiere, canti d’amore, di dolore, filastrocche, ninnenanne che portano il sonno e ingannano la paura del buio. Queste cose si chiamano letteratura. Potranno sparire i romanzi, i poemi dentro i libri, ma non la letteratura. Oppure, forse sì. Forse potrebbe anche sopraggiungere una civiltà senza letteratura.
Una civiltà non umana, popolata da macchine fredde, senza sensibilità, senza battiti di cuore.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 26 ottobre 2025
L’arte di orientare che fa la differenza nelle scelte della vita
L’orientamento è una cosa seria. Molto seria. Riguarda le direzioni che si prendono in ogni stagione dell’esistenza. Per esempio, è una delle cose più serie che si possono fare in una scuola, da quella dell’infanzia alla superiore. Perché incide sui destini. Spesso li decide. Sicché l’insegnamento di qualsiasi disciplina non può fornire altra competenza che quella di saper rispondere alla domanda: cosa sarà, come sarà domani, domani l’altro. Si insegna sempre per il tempo a venire; si orienta verso una condizione futura.
Orientare verso una condizione futura, non vuol dire indicare una via ma insegnare a valutare e a scegliere tra le possibili vie, a riconoscere quale o quali risultino più adeguate al proprio passo, a considerare che non sempre la via più dritta o la più breve è la via migliore.
Significa insegnare anche a saper tornare indietro quando tornare indietro è meglio che andare avanti, a riconoscere e a gestire quelle condizioni di disorientamento, di spaesamento, che possono avvenire in certe svolte della vita.
C’è quella poesia famosa di Robert Frost che si intitola “La strada non presa”. Sono diciannove versi. Ma valgono anche di più di intere biblioteche di pedagogia, psicologia, sociologia. Dice di due strade che divergono, in un bosco d’autunno, e di un viaggiatore che prende quella meno battuta, accorgendosi col tempo che è stata la scelta di quella strada a fare tutta la differenza nelle storie che sono venute.
L’orientamento è una cosa seria. Molto seria. Fa capire che da soli non si va da nessuna parte; che si può anche andare in direzione ostinata e contraria, ma sempre insieme all’altro, sempre verso l’altro. Si fa orientamento con ogni disciplina e non esiste disciplina che con i suoi fondamenti, i suoi metodi, i suoi contenuti, non orienti verso la disponibilità, il dialogo, il confronto, la prossimità, l’aderenza, la comprensione, l’integrazione, la valorizzazione delle diversità. Non esiste sapere che non avversi l’egoismo, l’avarizia, il rancore, le barriere che si alzano, il conflitto, il degradamento, la degenerazione dell’istinto di conservazione.
Orientare vuol dire abituare a immaginare, a prefigurare orizzonti, paesaggi, a disegnarseli nel pensiero, a prevedere sviluppi, valutare possibilità, a selezionare, includere, scartare, a distinguere l’originale dalla patacca, la verità dalla menzogna, la realtà dalla finzione, la sostanza dall’apparenza. Se uno deve scegliere una scuola, quale che sia l’ordine e il grado, probabilmente è questo che deve considerare: il grado di sostanza e quello di apparenza. Lo può fare anche se non ha esperienza. Lo può fare verificando che direzione hanno preso e dove sono arrivati, seguendo quella direzione, coloro che in quella scuola ci sono stati prima. Non per emulazione ma per cognizione di causa.
A questo punto, mentre scrivo, mi ritorna un ricordo di cui non riesco a rintracciare il motivo, a identificare l’associazione. Questo.
Quand’era il giorno della fiera, arrivavano nei paesi i venditori di piatti chicchere bicchieri. Si mettevano ai lati della piazza, e richiamavano la gente sbattendo piatti e chicchere e bicchieri uno contro l’altro, per far vedere che non si rompevano. Gli uomini e le donne – quegli uomini con camicie silenziose e quelle donne dai cuori di cicoria che Vittorio Bodini ha dipinto con le parole- osservavano, attentamente. Poi la donna sceglieva. Diceva: quelli. Basta. Come una sentenza. Se le si chiedeva perché i piatti dovevano essere quelli, lei rispondeva, semplicemente, che si fidava della faccia onesta che portava quello che li vendeva. Già. Non potendo conoscere la qualità dei piatti, la signora si fidava della faccia onesta.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 19 ottobre 2025
Quegli insegnanti che rassomigliano tanto agli eroi
La formazione e la cultura di questo Paese sono affidate ad un esercito di eroi senza gloria, senza riconoscimenti e senza riconoscenze, chiamati insegnanti. A volte precari; molto spesso precari. Quindi: ancora più eroi. Assediati e insidiati da un carico burocratico che spesso non trova nessuna coerente motivazione, loro credono ancora che insegnare sia il più entusiasmante mestiere del mondo. Non lo cambierebbero per nessuna ragione, né per uno stipendio migliore, né per soddisfazioni maggiori, né per avere potere.
Nonostante le piccole e grandi amarezze quotidiane, le più o meno cocenti frustrazioni, nonostante i pregiudizi, le umiliazioni di chi non capisce, non vuole capire l’essenzialità della loro funzione, nonostante lo sgretolamento del prestigio sociale che il loro mestiere ha subito e continua a subire, loro ci credono ancora. Entrano in classe e producono pensiero, conoscenza, formazione. Credono che per confrontarsi con l’universo sia indispensabile imparare a leggere e a scrivere, a fare i conti senza usare le dita, a scendere nelle profondità di un verso di Leopardi, nei segreti abissali dello spazio e del tempo rivelati con una formula di poche cifre, a comprendere la sostanza di un teorema di geometria, a interpretare la storia e un testo di filosofia, a riconoscere la vita in un processo di biologia, a scandagliare le cognizioni e le emozioni con i criteri della psicologia, a stupirsi per il miracolo di un’opera d’arte. Credono che sia indispensabile imparare a pensare in modo diverso, a comportarsi in modo diverso, ad esistere con più consapevolezza, più sensibilità, più responsabilità nei confronti degli altri, di se stessi.
Loro fanno questo mestiere in una maniera che si può riassumere con una parola che è un po’ passata di moda e che si pronuncia con qualche ritrosia, in quanto per decenni è stata confusa con un sentimentalismo della professione. La parola è passione. Che, invece, è una condizione che in questo mestiere costituisce quasi un presupposto, come in ogni mestiere che si ponga come principio e come fine l’essere e l’esistere della persona.
C’è una poesia del ligure Giuseppe Conte che si intitola “L’insegnante”, e che finisce così: “Eri un ragazzo, non dimenticarlo/ il tuo sogno di allora/ e quanto di esso si è compiuto poi:/ potrai insegnare il sogno?”. Ma forse non si può insegnare altro che il sogno. Non altro che a proiettare nel tempo un’immagine di sé, di come si vorrebbe essere, di cosa si vorrebbe pensare, di cosa si vorrebbe fare quando gli anni e le occasioni della vita offrono una qualche possibilità, quando negli anni si cercano e si fabbricano giorno per giorno, ora per ora, con entusiasmo, con fatica, occasioni che diano possibilità per la vita. Non si può insegnare altro che il sogno di pensarsi sempre al di là: oltre il tempo presente, pre-vedendo la realtà che sarà e la possibilità di collocarsi con sentimento e ragione in quella realtà.
Insegnare il sogno significa insegnare a credere che si possano violare i propri confini, che si possano abolire i limiti, che si può scrutare al di là dell’orizzonte visibile; significa insegnare la necessità della continua esplorazione di territori nuovi, di saperi sconosciuti. Fare esperienza dell’immaginazione concreta, fondata sulla cognizione di quelli che sono i saperi imprescindibili, insostituibili, essenziali.
Significa dare a tutti un metodo di costruzione degli strumenti con i quali realizzare quelle forme di civiltà che in un’aula di scuola vengono mostrate non come modelli del migliore dei mondi possibili ma come ipotesi di un mondo migliore di quello in cui si vive. Loro lo sanno che un mondo migliore è possibile. Così insegnano a sognarlo. Con la saggezza e il coraggio di umili eroi. Indispensabili eroi.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 12 ottobre 2025
Magris, esistenza e conoscenza come una cosa sola
Interprete rigoroso e appassionato del Novecento e di questo primo quarto di secolo nuovo, Claudio Magris elabora visioni della Storia integrando letteratura ed esperienza personale. Durante un discorso tenuto recentemente, ha detto che la vera cultura, a qualsiasi livello di conoscenze o di studi o di preparazione, è la capacità di sintesi fra quello che si sa, quello che si sa di non sapere, quello che si crede e quello che si è. Ecco: probabilmente, fuori da questi criteri, il termine cultura diventa improprio o comunque dal significato inevitabilmente precario. Perché la cultura si realizza in maniera significativa soltanto quando determina una coincidenza tra la conoscenza e l’esistenza. Quando ogni sua espressione, che sia in forma d’arte o di scienza, trova il motivo, o movente, la sua finalità nella priorità dell’umano. Se ignora o nega o umilia la dimensione dell’umano, non si può dire cultura. Forse la cultura che ha senso, funzione, durata, qualità, consistenza, è la conoscenza che a un certo punto non si riconosce più da dove venga, quando e in quali circostanze si sia formata. Non si riconosce più perché si è sviluppata ed è maturata con le stagioni, con le occasioni e le storie di ogni giorno, attribuendo valore ad alcuni accadimenti e ad alcune cognizioni che hanno una rilevanza essenziale e trascurandone altri senza rilevanza o dalla rilevanza superficiale. Forse la cultura che si confonde con l’esistenza, che con essa si impasta e si fa una cosa sola, è quella che insegna ad operare sottrazioni oltre che addizioni, a ricordare ma anche a dimenticare. Perché bisogna saper levare e saper trattenere. Ci sono conoscenze essenziali e conoscenze che invece non lo sono, si sa. Quelle essenziali cambiano il modo di pensare il mondo, gli altri, se stessi. Quelle superflue non cambiano assolutamente niente oppure cambiano qualcosa che risulta completamente ininfluente nel corso di quel viaggio imprevedibile che è l’esistenza. Le conoscenze ininfluenti sono tante, innumerevoli, probabilmente. Le conoscenze essenziali sono poche: davvero abbastanza poche. Molto spesso, quasi sempre, sono domande che riguardano il proprio rapporto con la Storia, i destini individuali e collettivi, le cose dell’origine e quelle della fine. Spesso, quasi sempre, sono domande che rimangono senza risposta o alle quali si danno molte risposte che a volte è come non averne nessuna. Ma forse è proprio a questo punto, forse è proprio al punto in cui le risposte sono tante, troppe, che diventa indispensabile applicare quel metodo di cui dice Claudio Magris, che si rivela indispensabile comporre una sintesi fra quello che si sa, quello che si sa di non sapere, quello che si crede e quello che si è, tentando di stabilire una relazione tra queste dimensioni, con la consapevolezza che non sempre una relazione esiste e, se esiste, non sempre è possibile individuarla. Allora, si potrebbe anche azzardare e dire che la cultura consiste nella ricerca di quella relazione, di un equilibrio tra l’essere e il conoscere, fino ad arrivare a quell’orizzonte di significato che una volta disegnò Roland Barthes.
Alla fine della sua lezione inaugurale al Collége de France nel gennaio del 1967, disse: “Ora è forse l’età di un’altra esperienza: quella di disimparare, di lasciar lavorare l’imprevedibile rimaneggiamento che l’oblio impone alla sedimentazione delle cognizioni, delle culture, delle credenze che abbiamo attraversato. Questa esperienza ha, credo, un nome illustre e demodé, che io oserò impiegare qui senza complessi, proprio nell’ambivalenza della sua etimologia: Sapientia: nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza e quanto più sapore possibile”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 5 ottobre 2025
Costruire il futuro con la parola pace
Vengono stagioni, a volte, nei tempi della Storia, ricoperte da scure nuvole di crisi, che provocano smottamenti di significati, che generano disarmonie, disorientamenti, paure a volte confessate, a volte no.
Quando le stagioni che vengono sono così, quando si avvertono quelle paure, ci si domanda come diventerà il mondo domani l’altro, domani, fra qualche ora.
A volte si pronuncia la parola mondo, senza comprendere veramente che cosa sia il mondo. Poi vengono quelle stagioni d’insidia, di paura, e si scopre, quasi all’improvviso, che il mondo si è fatto piccolo piccolo, e che il mondo riguarda tutti quanti, per davvero, perché coinvolge il nostro destino e il destino di quelli che verranno, e che come diventerà dopodomani, domani, fra qualche ora, dipenderà da quanto tutti coloro che lo abitano, ciascuno di tutti coloro che lo abitano avvertirà un sentimento di appartenenza. Allora, quando vengono quelle stagioni, ci si rende conto che certi luoghi comuni, certe frasi fatte, hanno radici in una sostanziale verità. E’ una frase fatta, però in questo tempo è assolutamente vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Vent’anni fa, in un saggio che s’intitola “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, il sociologo francese Edgar Morin scriveva della condizione dell’umanità come destino planetario. Diceva che la comunità di destino deve lavorare affinché la specie umana si sviluppi in umanità, in coscienza comune e in solidarietà planetaria.
Ecco. Forse alla domanda su come diventerà il mondo dopodomani, domani, fra qualche ora, si potrebbe anche rispondere che dipenderà dal livello di solidarietà che si sarà in grado di realizzare. Che dipenderà dalla qualità delle relazioni, dalla reciprocità, dalla prossimità, dalla disponibilità al dialogo, al confronto, alla comprensione, dalla nostra sensibilità nei confronti del nostro essere nel mondo e nel tempo che ci appartiene, dal nostro tenerci alla casa che abitiamo e che altri abiteranno dopo di noi. Dipenderà da quanto saremo capaci di incrociare le nostre storie e le nostre speranze, le visioni che abbiamo del mondo, il senso che diamo alle esistenze che ci sono vicine e lontane, dalle finalità verso cui saranno orientate la scienza e la tecnologia. Ma soprattutto dipenderà dai significati che si attribuiranno alla parola futuro. Si dice che sia l’incertezza, l’incognita del futuro, a farci paura. E’ vero. Ma la paura dovrebbe diventare la motivazione fondamentale per un nuovo pensiero e un nuovo sentimento del mondo. La paura dovrebbe essere quella condizione che consente di evitare errori già commessi.
Il futuro non si fa da solo. Il futuro si costruisce istante per istante, progetto per progetto, sogno dopo sogno. Per costruire il futuro c’è bisogno di passione concreta, realistica, effettiva. Il 16 giugno del Millenovecentoquaranta, alla fine di un pensiero annotato sui fogli che poi diventarono quel libro terribile e stupendo che è “Il mestiere di vivere”, Cesare Pavese scriveva: “Finchè si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo”.
Forse il modo in cui sarà il mondo dopodomani, domani, fra qualche ora, dipenderà dalla nostra passione per il futuro. Ma la passione per il futuro richiede, impone, una revisione delle priorità, una graduazione dei bisogni dell’uomo e dell’umanità. Perché non tutte le cose hanno la stessa importanza. Ci sono quelle che ne hanno di più, quelle che ne hanno di meno, quelle che non ne hanno per niente. In relazione al tempo futuro, la parola pace ha un’importanza e una priorità assolute. Per esempio.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 28 settembre 2025
Soltanto un maestro può insegnare a pensare
Quando dovesse accadere, se dovesse accadere, allora accadrà anche la mutazione irreversibile dei significati delle parole apprendimento, conoscenza, sapere. Ma forse il telefonino per bambini dotato di intelligenza artificiale, capace di spiegare, correggere, fare lezione, è già realtà. Un maestro tascabile. Cioè un errore storico culturale pedagogico didattico metodologico. Un errore grossolano.
Non si tratta di essere apocalittici o integrati. Non più. Il Novecento ha fatto capire che una contrapposizione non ha senso, che bisogna, invece, governare le nuove culture e gli strumenti che da esse sono portati. Si tratta, invece, di considerare, semplicemente, che il maestro insegna a pensare e che le discipline sono le modalità con le quali insegna a farsi domande, a risolvere problemi, a mettere in dubbio quello che si è imparato, a imparare di nuovo e in modo diverso, a distinguere, analizzare, comparare, sintetizzare, ragionare.
Poi, con molta probabilità la tecnologia riuscirà anche ad inventare un marchingegno che insegni a pensare. Avrà evoluzioni che non riusciamo nemmeno a immaginare (e alcune saranno straordinarie per lo sviluppo, il benessere, il progresso di ogni uomo e dell’umanità) ma non si può fare a meno di chiedersi quale sarà il modo in cui insegnerà a pensare. Magari sarà in un modo per tutti uguale, con un pensiero dalla struttura omogenea, compatta, conforme, un pensiero che non dialoga, non interagisce, non si confronta. Magari insegnerà a pensare con un pensiero perfetto e autoreferenziale. Ma non è di un pensiero così che ha bisogno una civiltà. Il pensiero di cui ha bisogno una civiltà è quello imperfetto che tende continuamente alla perfezione con la consapevolezza che la perfezione non potrà raggiungerla mai. La civiltà ha bisogno di persone con un pensiero originale. La formazione di un pensiero originale comincia con un maestro elementare; anzi, con una maestra della scuola dell’infanzia. Perché è a quell’età che la mente comincia a strutturarsi, a confrontarsi con le forme del reale e dell’immaginario, a elaborare le visioni del mondo, a distinguere il vero dal falso, a intravedere le direzioni verso le quali orientarsi, a comprendere che le strade sono tante, e che ci sono strade giuste e strade sbagliate. Non c’è mai stato un tempo nel quale non sia esistito qualcuno che abbia insegnato qualcosa a qualcun altro. Neppure nelle caverne più profonde. Qualcuno ha insegnato a qualcun altro a cacciare, a non avvicinarsi troppo al fuoco, a nuotare, a costruire palafitte, a tracciare segni sulle pareti, a contare.
Il maestro è colui che traccia sentieri attraverso i quali passano le forme e i contenuti del sapere che caratterizzano le discipline. Lo fa gradualmente, tenendo presente che ogni mente ha una propria conformazione, una propria modalità di accoglienza delle conoscenze. Non saprei dire se una macchina, per quanto “intelligente” possa essere, è o sarà in grado di regolare l’insegnamento in relazione a quelli che sono gli stili di apprendimento di ciascuno. Non saprei dirlo ma sospetto di no.
Per questo ci vuole un maestro. Vero. L’apprendimento dell’essenziale si realizza solo con un maestro. Rinunciare alla sua presenza fisica vuol dire rinunciare alla condizione della prossimità, della reciprocità, sostituire l’apprendimento con l’addestramento, la conoscenza con il nozionismo, il sapere caldo con il sapere freddo, gelido, ghiacciato. Poi c’è qualcosa di imprescindibile che una macchina non potrà avere mai: la sensibilità di un maestro nei confronti dei suoi alunni. Quella sensibilità che gli fa capire con uno sguardo se un bambino ha compreso oppure no. Ecco, uno sguardo di sensibilità una macchina non potrà averlo mai.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 21 settembre 2025
La sfida del digitale è salvare la memoria (e con essa l’umanità)
Vinton Gray Cerf non è un signore che guarda un computer da lontano e dice la prima cosa che gli passa per la testa. Vinton Gray Cerf, classe 1943, ha inventato il protocollo TCP/IP, la base di Internet. In un’intervista uscita su “La Repubblica”, Antonio Spadaro gli fa questa domanda: “La memoria umana si modella nella carne e nella coscienza. Oggi, invece, siamo circondati da supporti digitali che rischiano di diventare illeggibili nel giro di pochi decenni. Come possiamo preservare la nostra umanità, che si fonda sulla durata, l’interiorizzazione e la trasmissione attraverso le generazioni?”
Vinton Gray Cerf risponde che rischiamo un’età oscura digitale. Alcuni codici medievali hanno resistito mille anni e sono ancora decifrabili. I dati digitali, invece, possono restare intatti ma diventare incomprensibili. I software si aggiornano. Le macchine spariscono. È come avere una biblioteca senza più chi sappia leggere l’alfabeto in cui è scritta. Probabilmente, il senso profondo, il lievito concettuale, la verità sostanziale della domanda e della risposta, si trovano nell’affermazione di Spadaro: la memoria umana si modella nella carne e nella coscienza. Non dice che la memoria risiede, si deposita, si stratifica; dice: si modella, riconoscendo alla condizione della memoria un movimento inevitabile e costante, un processo di conformazione simbiotica con l’esistenza, un vincolo indissolubile con il corpo e con la mente: la carne e la coscienza. La memoria di un uomo muta, continuamente. Fino a un certo punto ha una consistenza potente. Poi si sfibra, si sfilaccia, si fa indistinta, garbuglio, confusione. Qualche volta scompare del tutto, si dissolve, si azzera. Perché è impastata con l’essere al quale appartiene, con le stagioni che quella creatura attraversa, con il suo sentimento del tempo. I supporti digitali diventano obsoleti. La scrittura altera i ricordi contaminandoli con la finzione. Non c’è meccanismo, macchina, processo che possa restituire la trasformazione che la memoria subisce nel tempo. L’unica possibilità sarebbe la ripetizione continua che uno fa della stessa storia. L’unica possibilità sarebbe questa ossessione. Ma neanche l’ossessione riuscirebbe a garantire una fedeltà della memoria. Perché c’è sempre un particolare che si sottrae al ricordo, un nome che sfugge, un volto che sfuma, un colore, un odore che cambiano, svaniscono, un inizio che si ricorda a malapena, un finale che non corrisponde al realmente accaduto. Una fotografia, allora. Nemmeno. Una fotografia è un istante che non ha prima e non ha dopo, restituisce un contesto parziale o non ne restituisce nessuno. La memoria reale non ha scampo. Deve finire, a un certo punto. E’ il suo destino. Se ha fortuna si trasforma in narrazione, in una proustiana ricerca du temps pardu. In una finzione, dunque. A meno che non si tratti di numeri, dati, tabelle che resistono senza mutazione fin quando l’oggetto che li conserva risulta decifrabile, compatibile con una macchina che deve farlo funzionare.
Ma forse il tempo passa per questo, in fondo: per farci dimenticare molto e farci ricordare il poco che ci serve. Passa per consolarci con l’oblio che offusca i contorni, sbiadisce le figure. A volte purtroppo. A volte per fortuna. Il tempo passa per alleggerirci dal gravame dei ricordi e per lasciarci di essi la trasparenza di un pulviscolo dorato, un sapore che non si sa capire se sia dolce o se sia amaro.
Poi, probabilmente aveva ragione Eugenio Montale quando in “Voce giunta con le folaghe” scriveva: “Memoria/ non è peccato fin che giova. Dopo/ è letargo di talpe,/ abiezione/ che funghisce su sé”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 14 settembre 2025
Nel mare aperto del sapere la scuola traccia nuove rotte
Se si chiedesse a un milione di persone come vorrebbero che fosse una scuola, tornerebbe lo stesso numero di risposte: tutte diverse. Perché ciascuno ha una propria idea di cultura, di apprendimento, di conoscenza; perché ciascuno ha una propria idea di futuro, un proprio sogno, talvolta nitido, talvolta offuscato. Così qualche giorno addietro ho chiesto a una persona che sta per cominciare la superiore, come vorrebbe che fosse la sua scuola. Mi ha risposto in modo sorprendentemente preciso, maturo. Ha detto che vorrebbe una scuola onesta. Già. Però anche il termine onesto può assumere innumerevoli riflessi e sfumature di significato. Per esempio: una scuola onesta è quella che non si affanna ad inseguire mode e modelli del nuovo che avanza (che a volte è soltanto un avanzo del nuovo) se preliminarmente non li sottopone a verifica cauta e validata scientificamente. Una scuola onesta non improvvisa. Non dissipa il tempo. Non disperde energie. Non sottrae nemmeno un solo secondo all’insegnare e all’imparare. Insegna ad avventurarsi per l’alto mare aperto del conoscere e poi a ritornare. Elabora un curricolo di saperi essenziali mettendoli in relazione ai contesti e ai testi delle culture che attraversano il sociale, a quelli che sono gli strumenti e le forme con cui si esprime il sapere e il saper fare, alla concretezza e all’astrazione, alla realtà e all’immaginazione. Una scuola onesta insegna a decodificare e interpretare i linguaggi nelle loro stratificazioni concettuali, ad analizzare i segni della storia, a comprenderli nelle loro implicazioni più profonde, a stabilire connessioni e paragoni, a rintracciare analogie e differenze, convergenze e divergenze, ad avere cognizione dei sistemi che regolano la convivenza degli umani. Insegna a leggere i segni del tempo presente e di quello passato, ad attribuire all’arte e alla scienza lo stesso insostituibile valore, a distinguere il superfluo dall’essenziale, l’apparenza dalla sostanza, la conoscenza effimera, che non lascia traccia, dalla conoscenza che resta, che cambia il destino.
C’è una poesia di Raffaello Baldini, scritta nel suo dialetto di Romagna, che s’intitola “Un ziréin”, un cerino, da cui prende il titolo “Un cerino nel buio”, un libro di Franco Brevini, che per sottotitolo ha “Come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari”.
Dice di un uomo che in una notte di vento accende un cerino per orientarsi nel buio. Ma il cerino si spegne, ed era l’ultimo della scatola, così si ritrova tra le pozzanghere gelate, senza vedere dove mette i piedi, senza capire in che direzione andare.
I cerini sono i saperi essenziali: che saranno sempre di più conoscenze plurali, trasversali, integrate, capaci di porsi criticamente e creativamente nei confronti delle culture che sopraggiungono. Saranno gli elementi fondamentali dei linguaggi, delle arti, delle scienze. Saranno competenze inter e transdisciplinari indispensabili per qualsiasi apprendimento, quelle che si possono considerare come punti di riferimento, come “solide conoscenze”, in quanto imprescindibili in qualsiasi contesto, in quanto strutture sulle quali ogni pensiero deve fondarsi, inevitabilmente.
Una scuola onesta insegna a riconoscere qual è la direzione da seguire, a non distrarsi al bivio, a cambiare strada quando ci si accorge che quella che si è presa è una strada sbagliata, ragiona in prospettiva, scaglia lo sguardo in lontananza, scruta l’orizzonte, prefigura quali saranno i saperi necessari per essere ed esistere nei paesaggi culturali che si svilupperanno nei tempi a venire. Insegna ad elaborare un pensiero nuovo. Un pensiero nuovo è quello che si conforma alle esigenze dei tempi che cambiano, alle storie che accadono nei luoghi vicini e lontani, che si apre all’accoglienza di idee differenti, che sa confrontarsi con la complessità, con l’incertezza, l’imprevisto, con quello che considera il benessere, lo sviluppo, il progresso come conseguenze di convivenze fondate sulla ragione e il sentimento per l’altro. Una scuola onesta sa perfettamente che un pensiero nuovo può venire soltanto da uomini nuovi, da quelle generazioni che stanno arrivando, da quelle esistenze che hanno poco tempo dietro e molto tempo avanti, che intendono fare esperienza di nuovi apprendimenti, che attribuiscono un nuovo significato alle parole uomo e umanità, che hanno bisogno di grandi spazi per poter realizzare i loro disegni e i loro sogni: di spazi così grandi da non poter considerare confini. L’alternativa è quella di ritrovarsi come l’uomo della poesia di Baldini: sommerso dal buio con i piedi nelle pozzanghere gelate.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 7 settembre 2025