Lettera 44 è una rubrica tenuta da Antonio Errico su “Nuovo Quotidiano di Puglia”
Quello che ancora noi non sappiamo immaginare
Premiamo l’interruttore e si accende la luce della stanza. Apriamo il rubinetto e l’acqua scorre, fredda o calda. Quelli che accendevano le lampade a petrolio, che tiravano l’acqua dalla cisterna, forse, probabilmente, non immaginavano che potesse accadere. Noi siamo nella stessa condizione. Nemmeno noi possiamo immaginare quello che potrà accadere tra dieci, venti, cinquant’anni. Né bisogna credere a quelli che si lanciano in predizioni su cosa inventeremo fra vent’anni, scrive Telmo Pievani nell’ultima pagina di Serendipità, su cosa resta da indagare nelle discipline, su quanto siamo vicini al limite del conoscibile, sulla fine della scienza e della scoperta. Soltanto due generazioni fa, dice, nessuno aveva previsto molte di quelle cose che sono state scoperte negli ultimi cinquant’anni. Allo stesso modo, coloro che verranno “faranno scoperte sconcertanti e spiazzanti che andranno oltre ogni nostra attuale immaginazione”.
L’orizzonte dell’immaginabile si è fatto più lontano; si allontanerà ancora, sempre di più, forse. Per ora riusciamo a immaginare quello che già sappiamo: che arriveremo su Marte, per esempio (A fare ‘he?”: a far che cosa, disse una volta nel suo toscano Margherita Hack); che avremo robot a nostra immagine e somiglianza gironzolanti per casa. Se si tiene conto della rapidità di evoluzione di scienza e tecnologia, molta parte del resto è inimmaginabile davvero.
Però viene da domandarsi se, in fondo, le scoperte e le applicazioni della scienza non siano state sempre precedute da una condizione di inimmaginabilità. Non saprei dire se l’alzarsi in volo del Wright Flyer, progettato e pilotato dai fratelli Orville e Wilbur Wright, i loro contemporanei lo avessero immaginato.Magari sì. Ma certamente non immaginavano gli sviluppi tecnici che avrebbe avuto quel biplano costruito in legno di abete e frassino, rivestito di tela, spinto da un motore a scoppio di 12 cavalli. Era il 17 dicembre 1903. Non si immaginava che qualcuno avrebbe regalato all’umanità la penicillina, che avrebbe scoperto la struttura del DNA, il genoma e la sua mappatura, i pianeti extrasolari. Ci sono scoperte del Novecento che hanno cambiato radicalmente il modo di vivere, di pensare se stessi e l’universo.
Quelli che verranno faranno scoperte sconcertanti e spiazzanti, dice Pievani. Talvolta pare impossibile che si possa inventare ancora qualcosa, che si possa scoprire ancora qualcosa. Ma forse pensavano esattamente così gli ominidi che scoprirono il fuoco, quegli altri che inventarono la ruota. Forse pensavano che oltre non si poteva andare, che il fuoco fosse l’ultima scoperta possibile, che la ruota fosse l’ultima possibile invenzione. Noi vogliamo immaginare e sperare, semplicemente, che le generazioni a venire inventino qualcosa per salvare questo pianeta, per esempio, che facciano l’invenzione strabiliante di portare l’acqua dove l’acqua non c’è, di costruire gli ospedali e le scuole dove non ce ne sono. Insomma, che inventino e che scoprano quello che serve all’umano, un ulteriore progresso, un diffuso benessere. Noi si spera che quelli che verranno abbiano un rispetto enorme per la scienza e anche un poco per la poesia, per esempio per quella frase dell’Amleto di Shakespeare che dice: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 28 giugno 2026
Quella memoria perduta che ci fa sentire più soli
Nei giorni appena passati, sulle tracce della maturità si è detto tanto, forse tutto, si è commentato tanto, forse tutto. Allora in questa rubrica mi soffermerei sulle suggestioni, i richiami, i frammenti di ragionamento provocati dalla proposta di una pagina di Vitaliano Brancati. Una delle più belle pagine sulla memoria che siano state scritte nella letteratura italiana, probabilmente. Tra le più belle perché tra le più vere, le più intime, che mettono in scena il senso essenziale della funzione che hanno i ricordi e la rete di ricordi che costituisce la memoria nella sua sostanziale relazione con il tempo. E’ in questa relazione che la memoria riproduce i suoi significati, li calibra e li conforma al presente e alla contingenza storica e culturale, li carica di riverberi, di sensi ulteriori, assumono una rilevanza consistente nel processo di evoluzione, diventano essi stessi una finalità dell’evoluzione.
Avere memoria significa poter confidare sulla conoscenza che viene dall’esperienza personale o mediata dalla formazione culturale. Significa essere in grado di ricostruire gli accadimenti attraverso la connessione di elementi, saper riconoscere le analogie e le differenze di quello che accade nel tempo, riscontare le relazioni fra le cause e gli effetti. Forse oggi la nostra memoria non è strutturale. E’ una condizione episodica, occasionale, anche casuale. Ricordiamo per caso. Fino ad un certo punto, invece, che si potrebbe anche individuare nei primi anni della seconda metà del Novecento, la memoria è stata un progetto che rappresentava la struttura sulla quale si fondava un altro progetto: quello del futuro. In questo tempo l’idea che abbiamo di futuro ha la stessa esilissima consistenza che ha la memoria. E’ come l’ombra di una figura che galleggia nella lontananza. Indistinta, confusa, vaga. Che non riconosciamo. Che sfugge ai nostri concetti, lasciandoci soltanto la possibilità di una percezione quasi inconsistente. Possiamo soltanto proiettarci fino a domani: non in un tempo più lungo, con una visione più ampia. Non abbiamo la possibilità di pensare un progetto. Ci si dice che si prenderà quello che viene, nel modo in cui viene. Certo, potrebbe anche essere una forma di saggezza, se provenisse da una consapevolezza di come si dipana l’esistenza. Però non è da una consapevolezza che proviene. Attraversiamo un presente che non ha o che ha deboli tensioni di proiezione e di prospettiva. Quasi che ogni promessa di futuro sia diventata difficilmente credibile e praticabile. Quasi che qualcosa di estremamente complesso e non ancora decifrato costringa a vivere rannicchiati mentre il tempo ci scorre addosso e intorno, con la sua solita indifferenza, con una più sfrontata prepotenza. Forse abbiamo più paura e meno aspirazioni. Stiamo sempre più idolatrando il caso. L’orizzonte delle attese si è abbassato fino ad arrivare ai nostri piedi, e si è fatto opaco. In alcuni casi si è sfrangiato e in altri lacerato il senso dell’appartenenza ad una dimensione collettiva che in qualche modo costituiva un riferimento e suscitava una sensazione di protezione.
Non ricordo chi ha detto che l’uomo senza memoria è destinato a morire di freddo.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 21 giugno 2026
Soltanto un pensiero nuovo potrà governare l’intelligenza artificiale
Nel suo saggio sul romanzo storico Alessandro Manzoni scriveva che non sempre quello che viene dopo è progresso. Se quello che viene dopo è progresso oppure il suo contrario, dipende da come si utilizzano gli strumenti del progresso. Se producono benessere e sviluppo per l’umanità intera o anche per un uomo soltanto, che vale esattamente quanto l’umanità intera, si verifica una condizione chiamata progresso; se producono sofferenza è umiliazione per l’umanità intera, o anche per un uomo soltanto, si chiama barbarie. Dalla Storia si possono ricavare esempi d’ogni sorta. Il presente ne fornisce altri ancora. In futuro ce ne saranno anche molti di più, nel bene e nel male. L’intelligenza artificiale è una linea d’ombra, una frontiera che nessuna civiltà ha conosciuto, e il passaggio della frontiera sta avvenendo – o è già avvenuto- con bagagli ricolmi di incognite e di promesse. Per certo darà risultati positivamente straordinari nella scienza, nella medicina, nell’esplorazione e nella conoscenza dell’universo, per esempio, ma si sospetta fondatamente che possa averne anche nella costruzione delle armi, per esempio, nelle teorie e nelle prassi di distruzione. Due voci. Una proviene dalla Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone. Dice che bisogna disarmare l’IA. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.
L’altra voce è quella di Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi, secondo il quale il dibattito sull’intelligenza artificiale non può rinunciare a tenere insieme i fili delle dimensioni etica, politica, tecnologica, annodate con i criteri di regolamentazione. Ha detto chese non avessimo adottatoil codice della strada, la situazione sarebbe disastrosa. Con l’intelligenza artificiale si deve fare lo stesso lavoro di regolamentazione.
Allora, si ritorna al punto da cui si è partiti: dipende dall’uso che se ne farà. E’ storia antica, in fondo. Ai versi 365-367 di “Antigone”, Sofocle dice che l’uomo è scopritore mirabile d’ingegnose risorse che ora al bene e ora al male rivolge.
E’ l’intelligenza umana che deve orientare quella artificiale. Certo, l’affermazione appare scontata. Ma se si nutrono dubbi sulle forme e gli obiettivi d’impiego dell’intelligenza artificiale, forse significa che scontata non è. Significa che se ne può fare un uso buono o cattivo. Per cui l’intelligenza artificiale può essere, utile, utilissima, essenziale, oppure inutile, inutilissima, dannosa. Come ogni tipo di tecnologia. Sono discorsi vecchi, che si possono superare soltanto con un pensiero nuovo elaborato dalle generazioni che sopraggiungono, da menti capaci di sviluppare nuove categorie, di penetrare nei nuovi sistemi simbolici e culturali. Quando si dice pensiero nuovo è inevitabile associare l’espressione ai processi di formazione. Senza una formazione che riformuli i concetti, ridefinisca i significati, stabilisca connessioni che tengano conto delle condizioni etiche e tecnologiche, nei tempi che verranno si dovrà dare tragicamente ragione a chi diceva che non sempre quello che viene dopo è progresso.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 14 giugno 2026
Edgar Morin e le nostre vite con un destino planetario
Quelli che lavoravano nella scuola al finire degli anni Novanta, si ritrovarono tutti (quasi tutti) “La testa ben fatta” di Edgar Morin tra i libri da tenersi sempre in una tasca. Quando uscì in Italia, erano gli ultimi giorni dell’ultimo anno del secolo scorso. Quel titolo, ripreso da una espressione di Montaigne, si trasformò in un’idea di formazione e in uno slogan. Ma era il sottotitolo che portava il carico di un significato sostanziale: “Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”. Vale a dire che la riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento.
Quelli che lavoravano in una scuola, capirono tutti (quasi tutti) quale fosse il senso del sottotitolo. Quelli che nella scuola non lavoravano ma che della scuola decidevano le sorti, non si sa se quel senso lo capirono tutti. Poi, un anno dopo, sempre Cortina pubblicò “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (da tenersi nell’altra tasca), che costituì la base, lo sfondo e il fondo di un libro che scrissi qualche tempo dopo.
Edgar Morin è morto alcuni giorni fa, a 104 anni.
Ha insegnato che per tutto il XX secolo l’uomo si è ritrovato a confrontarsi con la condizione dell’inatteso, dell’evento che innesca conseguenze imprevedibili, che la storia, la conoscenza, la realtà, si sono fondate e sviluppate sulla condizione dell’inatteso, dell’incertezza.
Si è chiesto a quale luogo apparteniamo, a quale terra, qual è l’identità che ci rappresenta, quella con cui l’altro ci riconosce, con cui noi stessi ci riconosciamo, qual è il significato che diamo al nostro abitare un dove, quello che ci spinge verso un altrove, quale vincolo ci tiene insieme, quale disinteresse ci separa. Ha lanciato il pensiero nella pluralità delle culture, nella mescolanza delle storie, nei tratti differenti e comuni dei riti, in tutti gli elementi di natura antropologica che coesistono nei confini di uno spazio, dimostrando la possibilità e l’urgenza di condividere i destini, l’avventura del transito su questa terra.
Dobbiamo imparare a “esserci” sul pianeta, ha detto. Imparare a vivere, convivere, condividere, comunicare, essere in comunione. L’esistenza dell’uomo non può essere che terrestre. Con la Terra è necessario, indispensabile dialogare.
Ha insegnato che l’umanità si ritrova in una comunità di destino e che questa comunità deve lavorare affinché la specie umana si sviluppi in umanità, in coscienza comune e in solidarietà planetaria. Diceva così: “Dal momento che la specie umana continua la sua avventura sotto la minaccia dell’autodistruzione, l’imperativo è divenuto: salvare l’Umanità realizzandola”.
Nel tempo che attraversiamo, si rivela probabilmente indispensabile domandarsi se quell’imperativo si è fatto più urgente; se è diventata più urgente la realizzazione – la costruzione – di un nuovo umanesimo. Perché si può scampare al disastro soltanto riscoprendo il senso profondo dell’essere nel tempo e dell’essere nel mondo. Umanesimo significa essere per l’umano, per l’uomo. Soprattutto per l’uomo che esprime un bisogno ulteriore, che grida più forte, che a volte – forse spesso – grida in un modo terribilmente silenzioso.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 7 giugno 2026
Quando i libri incontrati per caso diventano essenziali
Anche in un tempo in cui pare che si legga poco e quasi niente, a volte si dice che bisogna leggere tutto. Ma la cosa, essendo impossibile, non è vera. Si devono fare delle scelte, inevitabilmente, e le scelte si fanno in base a qualche criterio, oppure senza nessun criterio. A caso. In una pagina del “Sipario ducale” di Paolo Volponi, il personaggio si trova a dover scegliere quali libri portare con sé. Allora si dice che deve scartare quelli inutili, e anche quelli penosi, e anche quelli indulgenti. Certo, non è facile individuare quali sono i libri itili, perché un libro che si considera inutile, un istante dopo si può rivelare essenziale. Per tanti motivi, soggettivi o collettivi. Ma dirsi che un libro è inutile è già un criterio. L’obiezione, ovviamente, è scontata: per dirsi che un libro è inutile, si deve prima leggerlo. Non ci si può fidare del giudizio degli altri. Allora si torna al punto di partenza, alla ricerca di un qualche criterio. In un saggio che si intitola “ La saggezza dei libri”, Harold Bloom, il più celebre e influente critico americano, professore a Yale, scriveva che per scegliere cosa continuare a leggere e insegnare, si atteneva soltanto a tre criteri: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza”. Così, i nodi anziché sciogliersi si stringono più forte. Perché, se per lo splendore estetico e il vigore intellettuale si possono anche definire criteri di una presunta oggettività, per quanto riguarda la saggezza, la faccenda si fa davvero complicata. Un libro può essere saggio ma non sembrare tale, può sembrare tale ma non esserlo affatto. Poi dipende dal tempo storico e dalla temperie culturale, dal significato che ciascuno attribuisce alla saggezza, dalla visione del mondo, della realtà, dell’immaginazione, dall’esperienza, dalla formazione, da tutta una serie di condizioni e condizionamenti e combinazioni.
Non si può leggere tutto. Si deve scegliere, trovare un criterio. Forse il criterio può essere quello del caso. Se il caso regola i destini di ciascuno, probabilmente può regolare la scelta dei libri da leggere.
Si può tirare giù dagli scaffali un libro qualunque, il primo che capita, e cominciare, e continuare se coinvolge, se attrae, oppure richiuderlo, rimetterlo lì dove stava. Ci si può avvicinare a una bancarella di usato, e prendere, anche da lì, il primo che capita, leggere come comincia, come finisce, portarselo a casa se comincia o finisce in un modo che piace, oppure lasciarlo su una panchina del lungomare se come comincia o come finisce non fanno attrazione.
Una volta, a un giovane uomo, accadde, per caso, di incontrare un libro che aveva un titolo strano, forse anche bizzarro. Aprì alle ultime pagine, alla postfazione, si soffermò sulle righe in cui c’era scritto che i libri portatori di cultura portano la cultura come un mulo porta la sua soma. Non si scrivono con intenzione. Appaiono quasi per caso.
Comprò il libro. In cinque tarde sere quasi notti lessi le quattrocentodue pagine. Quel libro preso per caso, diventò un libro essenziale. L’autore è Robert M. Pirsig. Il titolo è “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. Un titolo strano. Un romanzo filosofico straordinario.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 31 maggio 2026
Le guerre sono tutte mostruosamente uguali
Ulisse alla guerra non ci voleva andare, per niente proprio. Glielo aveva detto l’oracolo di non partire per Troia. Gli aveva detto che il viaggio sarebbe stato lungo e che sarebbe ritornato mendicante. Così si finse pazzo, si mise un cappello da contadino a forma di mezzo uovo, e se ne andò ad arare sulla spiaggia, spingendo, appunto come un pazzo, l’aratro già tirato da un asino e da un bue. (Non è Omero che racconta questa storia ma cert’altri autori antichi). Era un furbastro, Ulisse, si sa bene. Aveva quella forma di intelligenza che si chiamava metis: pragmatica, concreta, finalizzata alla soluzione di problemi attraverso l’artificio, l’astuzia, lo stratagemma, la menzogna, l’inganno.
Spingeva l’aratro e arava la sabbia, Ulisse, dunque; e seminava sale. Ma neanche Palamede stava messo male, in quanto a furbizia. Sospettava l’imbroglio. Così gli mise Telemaco in fasce, lì, in mezzo al solco, ma Ulisse lo scansò, con nonchalance, sollevando il vomere dell’aratro e andando oltre. Palamede rifece la stessa cosa, rimise il figlio dentro il solco, ma Ulisse riuscì ancora a non trapassarlo con l’aratro. Allora Palamede capì che non era affatto pazzo, e Ulisse si arruolò. Obtorto collo. A quel punto comincia la sua storia di eroe. Quando è costretto a lasciare Laerte, Anticlea, Penelope, Telemaco, Itaca. Il suo destino di eroe comincia per una guerra che non vuole fare. Per quella guerra e per le sue conseguenze, deforma e trucca la sua identità. Trasforma il suo modo di essere in relazione a quello che richiedono o impongono le situazioni. Non è un guerriero ma deve guerreggiare. Si ritrova a dover fingere, mentire. Impara a sopportare. Si trasforma in Nessuno. Sente le spine della memoria. Qualche volta lo prende la nostalgia. Piange per nostalgia: di quello che è stato. Ulisse piange quando ritrova la sua immagine nella memoria e nel racconto.
Alla corte dei Feaci, un aedo cieco racconta ai convitati della guerra di Troia, di Ulisse, delle sue imprese ardite, mirabolanti.
Ad un certo punto, uno di loro si copre il volto con il mantello e piange. Quel convitato è Ulisse, in incognito.
Ha scritto Hannah Arendt ne “La vita della mente”, che Ulisse non aveva mai pianto prima di quel momento. Non aveva mai pianto quando i fatti che sentiva raccontare erano veramente accaduti. Piange quando il racconto proietta le scene del personaggio che è diventato in una guerra e per una guerra che non voleva fare. Ecco. Nelle guerre ci si trova coinvolti quasi sempre per caso e di malavoglia.
Scriveva Eugenio Scalfari in un libro intitolato “Per l’alto mare aperto”, che Ulisse possiede tutti i requisiti per rappresentare il mito della modernità, l’intelligenza, l’attenzione alle cause e agli effetti che ne derivano, la razionalità dei moderni e le loro passioni, la loro volontà di potenza integrata dalla tolleranza.
Forse la guerra di Troia costituisce la metafora di tutte le guerre.
Forse per comprendere la radice dei tempi che attraversiamo, si deve ritornare a Omero.
Probabilmente i significati profondi sono depositati nei suoi poemi.
Ma poi, in fondo, le guerre si somigliano tutte. Hanno tutte il volto mostruoso dell’assurdità.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 17 maggio 2026
Con la penna o il computer cambia il senso della scrittura
In Francia, le università non vogliono studenti che usano il computer per motivi di studio. In Svezia, dopo anni di digitalizzazione hanno detto: adesso basta; a scuola si usa soltanto carta e penna. Eppure, proprio la Svezia aveva disposto l’uso dei dispositivi digitali finanche negli asili.
Ovviamente si riflette e si discute perché c’è da riflettere e da discutere, possibilmente evitando gli schieramenti contrapposti di apocalittici e integrati.
Per esempio, è quasi inevitabile chiedersi se nei fatti che riguardano la cultura e quindi la formazione, che costituisce la prima e imprescindibile condizione della cultura, si procede per addizione o sottrazione. Probabilmente, invece, il procedimento avviene per integrazione. C’è stato un lungo tempo dell’oralità, poi venne quello della scrittura; prima si scriveva con penna e calamaio, poi arrivò la macchina da (o per) scrivere, poi il computer e le sue versioni sempre più sofisticate.
Probabilmente, gli strumenti con i quali si accede al sapere e lo si elabora, si combinano e interagiscono in relazione ai bisogni, alle finalità, agli obiettivi. Di conseguenza, se è discutibile che a un certo punto si ricolmino le aule di tablet e di strumenti dello stesso genere, è ugualmente discutibile che a un altro certo punto si facciano sparire per un totale ritorno della scrittura a mano totalmente rifiutata qualche anno prima. Ma forse risulterebbe opportuno che si realizzasse una formazione in grado di garantire una competenza di opzione nell’ambito della conoscenza di quelle che sono le potenzialità dei diversi strumenti.
La scrittura appartiene all’uomo: alla sua espressione, alla sua intimità, alla ragione, al sentimento, all’emozione, tanto alla superficie quanto alla profondità del suo essere. La storia è passata attraverso la scrittura perché essa ha assunto la funzione essenziale di testimonianza anche della vita quotidiana, delle piccole storie individuali che tessendosi hanno fatto la grande Storia collettiva.
Che la scrittura si conformi all’ evoluzione e alle trasformazioni della civiltà è un fatto culturale e naturale. Abbiamo scritto sulle pareti delle grotte, sulla pietra, sul legno e sull’argilla, sulla cera, sulla carta di papiro, sulla pergamena; abbiamo scritto con il guano, con lo stilo, con le penne d’oca, con i pennini d’acciaio, con la stilografica. Ora scriviamo sempre di più con una tastiera; quasi esclusivamente, ormai. Bambini, giovani, adulti. Tutti. Non sappiamo dire, non possiamo dire con che cosa si scriverà tra vent’anni, tra dieci. Non sappiamo neanche se si scriverà ancora, o se una nuova oralità (o vocalità) sostituirà la scrittura.
Quello che sappiamo è che il computer ha cambiato radicalmente il rapporto con la scrittura e, prima ancora, con il pensiero della scrittura. Scrivere con il computer non è come scrivere con la Olivetti. Cambiano i tempi di riflessione, di elaborazione del concetto, di maturazione della parola. Cambia anche il ritmo, anche il suono e addirittura il sapore di quella parola. (Quando si pensò al titolo e al simbolo di questa rubrica, si scelse una macchina da scrivere). Non è come scrivere con una penna. Manca il filamento dell’inchiostro, la macchia che si spande, la sbavatura. Ma soprattutto sullo schermo manca l’ombra della mano che segue le parole che scorrono, quasi per riprenderle, per riportarle indietro, dentro il pensiero: quell’ombra che forse è prolungamento di una inconscia gelosia amorosa per le parole che si scrivono.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 10 maggio 2026
Nella profondità della memoria si ritrova il senso delle storie
Una volta, in una conferenza sul “Futuro della memoria” tenuta al Salone del libro di Torino, Umberto Eco ha detto che con il suo eccesso di informazioni “il web rappresenta una cultura che non ha messo niente in latenza e che a volte ci impedisce di capire”. Non solo. Nessuno ci può garantire che i supporti informatici di cui facciamo uso abbiano la stessa capacità e la stessa durata della carta. Noi oggi possiamo ancora leggere libri di secoli; possiamo consultare archivi fotografici che ci restituiscono frammenti di passato e ci consentono di ricostruire un’immagine intera di quel passato attraverso la ricomposizione dei frammenti. Possiamo rovistare nei cassetti e ritrovare appunti su piccoli fogli di block notes ingialliti, con l’inchiostro forse un po’ stinto ma comunque decifrabili, o consultare i giornali di un’epoca e ricostruire una storia attraverso la cronologia, lo sviluppo degli eventi, le vicende dei personaggi. Possiamo anche – ancora – confidare nella memoria di un uomo e nella sua parola che tramanda il sapere. Ma le immagini e i testi depositati in un floppy disk solo qualche anno fa, sono documenti quasi preclusi perché la tecnica ha prodotto macchine di un livello che esclude il livello inferiore.
Ma forse la tecnologia ha nella sua natura proprio questa contraddizione. E’ una formidabile fonte di informazione, una condizione di comunicazione di incredibile rapidità ed efficacia ma non organizza e non sistematizza l’informazione, e mentre consente di comunicare scava fossati di isolamento.
Poi c’è una cosa che nessuna macchina riuscirà mai a fare, un miracolo che soltanto gli uomini hanno potuto e potranno compiere: provare affetto per la memoria. Allora, probabilmente, la questione che si pone è quella della qualità della memoria, che non può essere risolta dalla tecnologia. Il problema della qualità della memoria dobbiamo affrontarlo e risolverlo da soli, forse applicando le stesse condizioni della memoria naturale: dimenticare molto di più di quanto si ricorda. Che, oltretutto, è un modo di salvarsi la vita.
Un uomo ha bisogno di dimenticare. Più dimentica e più i ricordi che gli restano si fanno profondi, diventano essenziali . Sulla profondità e sull’essenzialità dei ricordi si costruisce il senso del presente e l’ipotesi del futuro. Sul magma, invece, non si può costruire: sulla materia informe dei ricordi, sulla confusione del tempo e delle storie, sul disordine della mescolanza, sulla promiscuità, sull’ammasso, sull’intrico senza legamenti, non si costruisce niente.
L’era digitale ha cambiato – manomesso? alterato? – i processi di memoria degli uomini e del mondo.
Basta un leggero movimento delle dita sulla tastiera, basta un quasi impercettibile clic sul mouse, perché le cose lontane ritornino, il passato si ripresenti come un fantasma evocato dal mistero.
La qualità della memoria è un’esperienza di profondità. Uno scandaglio dei fondali su cui si depositano i ricordi in attesa che la mente li recuperi per riattivarne la funzione, il senso, per accendere la loro relazione con le situazioni, le condizioni, le circostanze del tempo presente. Nessuno strumento ha avuto e potrà avere mai questo castigo e questo privilegio. Perché soltanto all’uomo è concesso di darsi il conforto o lo sconforto che il tessuto della memoria stringe nel groviglio delle sue maglie.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 3 maggio 2026
Quando il progresso non è benessere per tutti
A volte l’uomo della strada si fa domande strane. Si guarda intorno, legge i giornali, riflette su quello che accade, e si fa domande strane. Per esempio, si domanda se esiste e in che cosa consiste la relazione tra il concetto di progresso scientifico, tecnologico, economico, e la sua applicazione agli eventi e alle situazioni dell’umanità contemporanea. Si fa domande strane, ingenue, l’uomo della strada. Per esempio, si domanda com’è che il progresso ci ha portati sulla Luna ma non riesce a portare l’acqua dove non ce n’è, a costruire gli ospedali dove ci vogliono, le scuole dove ci vogliono. Com’è che il vento del progresso anziché alimentare il benessere del mondo, alimenta l’incendio delle guerre che bruciano il pianeta. Nel progresso, l’uomo della strada vorrebbe riporre una fiducia incondizionata e smisurata. Non gli riesce di avere dubbi sul fatto che il progresso della scienza, della tecnica, della tecnologia, della medicina, della fisica, consenta una qualità della vita che è davvero imparagonabile anche solo con quella di cinquant’anni fa. E’ convinto che il progresso debba creare uguaglianza, colmare i baratri di differenze, ridurre e magari azzerare le forme di emarginazione, non lasciare indietro nessuno. All’uomo della strada di tanto in tanto cade lo sguardo sulle pagine di qualche libro e ne sottolinea a matita qualche riga. Tempo fa, sottolineò alcuni passi di un saggio di Zygmunt Bauman intitolato Modus vivendi. Dicono che il progresso da promessa di felicità universalmente condivisa si è trasformato in minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua. Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, dice, “in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il ‘progresso’ evoca un’insonnia piena di incubi di ‘essere lasciati indietro’, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta”.
Ma quanto più legge tanto più gli vengono quelle sue domande strane. Per esempio, quando in un libro di Eugenio Scalfari intitolatoL’amore, la sfida, il destino, trova scritto che con il progredire delle tecnologie la mente è stata sempre più accantonata e ad essa è stato riservato un solo compito: la furbizia. “Non la conoscenza, non l’elaborazione dei sentimenti e non la sapienza e la saggezza. Niente di tutto questo, ma unicamente la furbizia, inventando i modi per ingannare il prossimo e garantirsi un vantaggio”. Allora si chiede di quale progresso parliamo: di quello che riguarda le funzioni degli strumenti, delle macchine, degli elettrodomestici? Di quello che ogni giorno tira fuori un computer più sofisticato, un telefono con innumerevoli inutili funzioni, un’auto più accessoriata? Di quello che riguarda la perfezione delle armi, le bombe intelligenti, i missili supersonici? Si chiede se dovremmo esaltarci per questo progresso.
Si fa domande strane, a volte, l’uomo della strada, e non gli viene mai una risposta. Però di tanto in tanto gli ritorna in mente quell’epigramma di Andrea Zanzotto che dice così: “In questo progresso scorsoio/non so se vengo ingoiato/ o se ingoio”.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 26 aprile 2026
La vera cultura è quella che coincide con l’esistenza
Se si chiedesse a dieci persone il significato del termine cultura, con molta probabilità, o certamente, si avrebbero dieci definizioni diverse. La stessa cosa accadrebbe se lo si chiedesse a cento, a mille, a tutti. Perché ciascuno ha una propria idea di cultura derivante da una serie di fattori e circostanze, dalla formazione, dalle esperienze, dai contesti, e quella idea conforma le altre relative alla società, all’economia, all’ecologia, alla filosofia, alla scienza, allo sviluppo, all’arte, al progresso. Dall’ idea di cultura dipende, semplicemente, l’idea di esistenza. Da quella dipende la disponibilità al confronto, al dialogo, alla prossimità. Ancora: le ragioni di guerra e di pace sono un’espressione di quell’idea. Ancora: la capacità di dire credevo di avere ragione e invece ho torto, di accogliere i punti di vista e le prospettive dell’altro, di integrarli e farli interagire con i propri, di ripensare le convinzioni, di rielaborare il senso che si attribuisce ai fatti e alle cose, sono competenze che derivano dall’idea di cultura. Ma per l’acquisizione e l’applicazione di competenze di un tale spessore, c’è bisogno di una cultura profonda. Profondità, si sa, è il contrario di superficie. La cultura superficiale è quella che si fonda su nozioni provvisorie e improvvisate, che stabilisce relazioni esclusivamente con l’effimero, il fugace, il transitorio, con l’apparenza, l’immediatezza, la contingenza, la funzionalità, il pragmatismo, che non ha cognizioni per stabilire collegamenti, rintracciare connessioni, annodarsi alla rete di riferimenti. Adora il vitello d’oro dell’immagine, della forma. E’ presuntuosa. E’ arrogante.
La cultura superficiale ignora la Storia. Non sa da dove vengono le storie che accadono nella contemporaneità, quali siano le cause che le hanno determinate, quali effetti producono o possono produrre. In quanto superficiale, si consuma in breve tempo, si sdrucisce mentre se ne fa uso, poi viene destinata al macero dell’inutilizzabile e sostituita da un’altra della stessa fattura, destinata a seguire lo stesso percorso. La cultura superficiale non è inutile. E’ dannosa. Per riparare i danni, occorre una cultura profonda. Quella che ha strutture solide, coerenti, coese, che ha gli strumenti per rielaborarsi, rimodularsi, riconfigurarsi continuamente, che sa rendersi dialogante con il tempo e la temperie sociale, con i mutamenti, gli squilibri, le intemperie che si abbattono suoi luoghi vicini o su quelli lontani: che falsamente si considerano lontani, se si tiene conto che mai quanto nel tempo che attraversiamo risulta indiscutibilmente vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. La cultura profonda conosce la Storia. Di conseguenza, sa valutare e distinguere le strade giuste da quelle sbagliate, sa confrontarsi con culture diverse, elaborare positive visioni del mondo, progetti di progresso, benessere, sviluppo. Per tutti. Per ciascuno. Allora bisogna scegliere qual è la cultura che si vuole per questo secolo, per questo millennio. Se quella che pesta i piedi nelle pozzanghere dell’inconsistenza o quella che disegna con ragione e sentimento paesaggi di futuro.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 19 aprile 2026
Soltanto la scuola potrà salvare la lingua italiana
In principio fu così. Probabilmente ritornerà ad essere così: un dialetto. Probabilmente alla lingua italiana spetterà il destino di costringersi in un uso informale oppure in una lingua della letteratura. Come è già accaduto nel Novecento, in fondo, in quel secolo che nelle lingue dialettali ha prodotto opere meravigliose, tra cui quel poema in genovese antico che è “Creuza de ma” cantato da Fabrizio De Andrè. Andrà così, probabilmente, dunque. Lo ha detto Paolo D’Achille, presidente della Crusca, professore all’Università di Roma Tre, storico della lingua italiana. L’italiano sostituirà definitivamente i dialetti, perché diventerà esso stesso dialetto; si userà a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato. Qualche anno fa, da un libro di Gian Luigi Beccarla intitolato “Tra le pieghe delle parole”, ho imparato che scompare una lingua ogni due settimane. Da tempo l’Europa che fu “melograno di lingue”, come dice Andrea Zanzotto, assiste all’agonia delle parlate regionali, macinate dall’abbandono della terra d’origine, dall’attrazione esercitata dalle città, dai fenomeni sempre più incombenti, più stringenti, di globalizzazione. Insieme alla lingue scompaiono universi di storie, di memorie, forme di pensiero, manifestazioni della realtà e dell’immaginario; cambia la percezione che si ha di sé e dell’altro, la sostanza e l’espressione dell’identità individuale e collettiva, le differenze che connotano la fisionomia di una comunità, di un popolo. Si perdono riferimenti antropologici e storici. Leggo nelle “Voci del silenzio”, un saggio di Daniel Nettle e Suzanne Romaine, che una lingua non è un’entità che si mantiene da sola, ma che esiste solo dove esiste una comunità che la parla e la trasmette. Una comunità di persone può esistere solo in un ambiente che le permette di vivere e nel quale è possibile reperire i mezzi per la sopravvivenza. Laddove le comunità non possono prosperare, la loro lingua è in pericolo, e quando perdono i loro parlanti, le lingue muoiono. “Dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, dice D’Achille. Allora mi viene da pensare che si può fare qualcosa soltanto in quei luoghi che si chiamano scuole. Perché sono quelli i luoghi in cui le generazioni che arrivano possono trovare contesti strutturati che consentono la costante rigenerazione della cultura e quindi della lingua. Il multilinguismo, probabilmente è l’unica condizione che consente il movimento nella complessità delle culture di questi tempi e di quelli che verranno. Se molteplici sono le esistenze che abitano i luoghi, molteplici sono le lingue che li attraversano e le necessità di comunicazione e di comprensione. I luoghi e le lingue vivono, dunque, in una reciprocità di esperienze. Al pari di una città, diceva Ludwig Wittgenstein, una lingua è un organismo vivente, che cresce rispondendo all’esigenza di nuovi significati, di una cultura che si amplia, di esperienze pratiche o scientifiche che si moltiplicano. Insegnare questo significa insegnare a reinventare una lingua, ogni giorno, accendendo ogni parola con le proprie ragioni, le proprie emozioni.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 12 aprile 2026